L’articolo è di Guillermo Jesús Kowalski, teologo e sociologo, con master in Dottrina sociale della Chiesa presso l’Università di Salamanca, pubblicato da Religión Digital, 7 novembre 2025.
Ci sono fenomeni di sensibilità spirituale, come il Lux di Rosalía, il simbolismo del film Los Domingos o i grandi concerti giovanili di Hakuna, che indicano che la religione mantiene una forza estetica e simbolica nella cultura. Ma questo non significa necessariamente un ritorno alla fede ecclesiastica. Dimostra piuttosto che l’anelito alla profondità rimane vivo, anche se non trova un chiaro sbocco istituzionale.
Molti prelati, tuttavia, interpretano questi segnali come la conferma che la Chiesa sta recuperando la sua perduta centralità sociale. Ma questa è una nostalgia fuorviante. C’è il rischio di confondere uno sguardo culturale con una rinascita religiosa, di vedere in ogni gesto spirituale un ritorno alla “religione del passato”, che “copre” le scomode ferite inflitte dalla Chiesa, ferite che ancora dolorano: l’imposizione violenta della religione, gli abusi velati, il clericalismo strutturale, l’esclusione delle donne e dei preti sposati, e così via.
La cultura – con i suoi poeti, musicisti e narrazioni cinematografiche – solleva interrogativi spirituali, ma non necessariamente cerca i soliti pastori con le loro risposte prefabbricate. Dorothee Sölle lo ha espresso lucidamente: “Quando la religione istituzionale cessa di parlare il linguaggio della sofferenza, gli artisti e gli emarginati lo parlano al suo posto”.
Il compito pastorale, quindi, non è quello di “appropriarsi” di questi fenomeni, né di usarli per il proselitismo, ma piuttosto di ascoltarli, discernere e imparare. Significa chiedersi perché le nuove generazioni cerchino la spiritualità al di fuori della religione istituzionale. E riconoscere che la Chiesa deve diventare uno spazio in cui la sete umana di giustizia, bellezza e compassione trovi casa.
Il rinascimento neoconservatore: misticismo senza conflitto e fede senza poveri
Tra i fenomeni più celebrati ci sono Hakuna e movimenti simili. La loro adorazione luminosa, la loro estetica curata nei minimi dettagli, i loro canti emotivamente sensibili e la loro disciplina giovanile offrono un’immagine attraente a coloro che desiderano vedere chiese piene di giovani “gioiosi nella fede”. Tuttavia, questi gruppi sollevano sfide teologiche e pastorali che non dovrebbero essere nascoste sotto il tappeto del trionfalismo.
La spiritualità che propongono è intensa, ma politicamente asettica: molto glamour, poca sostanza; molta emozione, poca compassione strutturale. Una fede slegata dalla sofferenza del mondo rischia di trasformarsi in mera consolazione religiosa, un rifugio emotivo che evita interrogativi radicali su giustizia, disuguaglianza, migrazione, violenza o povertà.
Metz ha definito chiaramente questa tentazione: “Religione borghese del sentimento”, capace di consolare, ma non di trasformare. E Sölle è stato ancora più incisivo: “Quando il misticismo dimentica la sofferenza degli altri, diventa narcisismo spirituale”.
Questo tipo di rinascita – la fede come “esperienza” emotiva per i giovani privilegiati – rischia di diventare la colonna sonora religiosa del loro status quo. È una fede gentile, luminosa, ma disincarnata; con lacrime sincere, ma senza memoria della sofferenza; con chitarre, ma senza spazio per i crocifissi della storia.
Lucía Caram ha affermato categoricamente: “La fede di Gesù non è né teoria né rifugio emotivo; è incarnazione nel servizio” (Religión Digital, 2 novembre 2025). Un culto che non turba l’ordine ingiusto del mondo finisce per essere pia complicità e “oppio dei popoli”.
Pertanto, la Chiesa non può celebrare questi movimenti come pecore che tornano al gregge istituzionale. Deve invece accompagnarli affinché la loro ricerca spirituale si incarni, affinché prendano coscienza dei loro pregiudizi di classe, si aprano alla sofferenza del mondo e accolgano i migranti, le donne escluse, i poveri e gli emarginati.
La sfida pastorale è profonda: contribuire a trasformare un misticismo consumistico in una spiritualità di compassione; passare dalle lacrime davanti al Santissimo Sacramento alle lacrime condivise con i crocifissi contemporanei.
Discernimento: ascoltare il mondo prima di celebrare se stessi
La tentazione più persistente tra i membri del clero è quella di interpretare ogni fenomeno spirituale come un’opportunità per “riconquistare i fedeli”, “riempire le chiese”, “recuperare influenza” o “restaurare la vecchia religione”. Ma la fede cristiana non è mai stata un affare di clientela spirituale. È un evento, non un marketing. È compassione, non un prestigio. È servizio, non un potere.
Zygmunt Bauman ha definito questo progetto restaurazionista come “retrotopia sacralizzata”: il tentativo nostalgico di ricostruire un mondo che lo Spirito ha già smantellato.
Pertanto, la Chiesa deve rinunciare a un’interpretazione trionfalistica di questi fenomeni e adottare un approccio più umile. Invece di vederli come un ritorno alla religione istituzionale, dovremmo chiederci cosa dice lo Spirito attraverso la cultura, quali voci emergono dalle periferie, cosa chiedono i giovani, quali ferite necessitano di essere curate. Metz ha affermato: “Il futuro della fede non dipende dal suo trionfo, ma dalla sua compassione”.
È necessario ascoltare. È necessario lasciarsi evangelizzare dalla sete spirituale del mondo di oggi, dalle sue lotte sociali, dai suoi movimenti per la giustizia, dalle voci delle donne messe a tacere, vittime invisibili delle strutture ecclesiali e sociali. Lo Spirito, ha detto Francesco, “arriva nelle piazze prima di noi”, perché non pensiamo che ci appartengano.
Questi fenomeni contemporanei non sono un test per misurare la salute del cattolicesimo, né rappresentano la salvezza della Chiesa. Sono richiami, crepe, sussurri. Sono un promemoria che il mondo continua a cercare qualcosa. E la domanda cruciale è se la Chiesa saprà accompagnare questa ricerca con umiltà e compassione, o se preferirà reclutarla per un progetto di restauro identitario che non conduce al Regno di Dio.
Conclusione: un cammino di speranza: imparare, ascoltare, incorporare
La speranza non consiste nel celebrare “ritornamenti” religiosi che potrebbero non esistere, né nello strumentalizzare fenomeni culturali per rafforzare un clericalismo decadente. La speranza nasce dove la Chiesa osa ascoltare senza paura, discernere senza trionfalismo e accompagnare senza controllare.
Fenomeni come Rosalía, Los Domingos o Hakuna, tra molti altri, non sono la terra promessa per recuperare il potere perduto, ma piuttosto opportunità per aprire gli occhi. Sono segni che l’animo umano continua a cercare qualcosa di più, anche se in modo ambiguo e frammentato. E sono anche chiamate alla Chiesa stessa: a purificare la sua storia, a riconoscerne le ombre, ad abbandonare la retrotopia sacralizzata della religione “del passato” e a rinunciare al proselitismo superficiale che ha fatto così tante vittime.
Il criterio finale del discernimento non può essere l’estetica o il numero dei fedeli, ma piuttosto ciò che Gesù ha mostrato come il segno più chiaro del Regno: compassione e giustizia, cura per gli emarginati, vicinanza ai migranti, alle donne escluse, a coloro che sono stati distrutti dal sistema, compresi quelli che la Chiesa produce dentro di sé.
Metz ci ricorda che non c’è fede senza memoria della sofferenza. Papa Francesco insiste su una Chiesa pienamente dedita alle periferie. Sölle denuncia il misticismo privo di coscienza. Gutiérrez ci proclama, tra i poveri, che “la teologia nasce dal grido degli oppressi, non dall’applauso dei potenti”.
Pertanto, il futuro della fede non risiede nella riproduzione di vecchie forme religiose o nella creazione di nuove celebrazioni devozionali. Risiede nel camminare con l’umanità, nell’ascoltare dove lo Spirito parla oggi, nell’accompagnare con tenerezza le ricerche spirituali del nostro tempo senza addomesticarle o strumentalizzarle.
E, soprattutto, significa vivere il Vangelo dove inizia sempre: accanto al crocifisso. Lì – e non nelle mode religiose – il Regno di Dio continua a percorrere il suo cammino.
