
La prima lettura di questa domenica ambrosiana (2Mac 6, 1-2. 18-28) e il Vangelo (Mt 18, 1-10) mi hanno riportato alla memoria un tema fondamentale per la spiritualità cristiana e ricorrente nei primi anni della formazione seminaristica: il radicalismo della Fede, o più specificamente cristiano.
Questa associazione va di pari passo con un fenomeno, che sto esperimentando saltuariamente durante questo mio “esilio” italiano: l’esclusione di questo tema e di questo linguaggio dal panorama cattolico occidentale.
Poche settimane fa, durante una della nostre care feste patronali, ormai ridotte a mere sagre paesane, un buon cattolico, devoto praticante, divagava con me sulla singolarità del mio lavoro (ma come ti trova con questi migranti? Riuscite a capirvi?). Nelle mie interlocuzioni evidenziavo soprattutto alcuni esempi di Fede, che mi interpellano profondamente.
Mentre citavo qualche semplicissimo esempio mussulmano (gli uomini che affollano la moschea il venerdì durante la pausa pranzo; la signora che rimanda la telefonata per pregare; l’impegno per rispettare il digiuno del Ramadan ecc…), il buon uomo intervenne dicendo: “Eh beh, loro sono fondamentalisti…”; dove il termine era usato non nel senso etimologico, bensì nel senso dispregiativo del linguaggio comune. Quando ho provato ad accennare al radicalismo cristiano, per spiegare la differenza tra radicalità della Fede e fondamentalismo religioso, sono stato sbolognato con una gran risata: secondo lui parlavo di cose d’altri tempi, inconcepibili per un “cattolico” moderno, perfettamente integrato nel relativismo nichilista contemporaneo.
Indubbiamente questa tematica richiederebbe diversi approfondimenti ed una serie di distinguo, che non possono rientrare nelle pretese di questa riflessione.
Qualcuno dirà, che questa rimozione del radicalismo della Fede sia dovuto al fatto, che non ci si vuol confondere con i vari fondamentalismi e le loro tragiche conseguenze. Ciò indubbiamente è vero. Così come è vero però che, l’aver rimosso il linguaggio della Fede dagli spazi pubblici planetari, sta producendo un profondo malessere in coloro, e sono la maggioranza della popolazione a livello mondiale, che vivono la Fede come un fatto naturale e strutturante la loro esistenza. Ovviamente non mi sto riferendo solo alla Fede cristiana.
Anzi, se guardassimo l’intera questione con uno sguardo pacato e non ideologico, non possiamo non riconoscere, che buona parte della nostra vita è guidata dalla fede/fiducia in qualcuno, o qualcosa, che noi non possiamo misurare e controllare. Ci affidiamo, si spera, sulla base di dati attendibili (anche se l’irrazionalità quotidiana è sempre più dilagante…), ma alla fine ci fidiamo e ci affidiamo continuamente.
Questa struttura fiduciale, l’affidarsi a Qualcuno a partire da esperienze condivise, è alla base anche delle grandi tradizioni religiose, non ultimo il Cristianesimo. Purtroppo, a mio avviso impropriamente, il linguaggio della Fede è stato relegato solo all’ambito del rapporto con Dio; mentre invece sarebbe giusto riconoscerlo come intrinseco, ovvero normale, di ogni esperienza umana.
Su queste premesse possiamo contemplare estasiati il bellissimo esempio usato da Gesù nel Vangelo, per dire la radicalità della Fede: l’attitudine del bambino di fronte alla vita. Forse i nostri bambini, sempre più rari e “prefabbricati”, non ci aiutano a cogliere la forza di questo simbolismo. Oltre alla spregiudicatezza della mia infanzia, per me è ancora viva la memoria degli sciami di bambini che “ronzavano” attorno alla casa parrocchiale in Brasile. Alla Messa della domenica erano difficilmente governabili; ma se conquistavi la loro fiducia, la risposta era immediata, senza calcoli e premeditazioni.
Ebbene, questo insieme di spontaneità e totalità è l’atteggiamento, che Gesù ci indica come adeguato per vivere la nostra relazione con il Padre. E non può che essere così, dal momento che siamo semplicemente di fronte all’Assoluto, alla Fonte e all’Origine di tutto. Forse a qualcuno/a questo linguaggio potrebbe sembrare semplicistico. Peccato! In realtà anch’io sono figlio dei “maestri del sospetto”, che ci hanno fatti uscire da una visione ingenua e precritica della realtà e della Fede. D’altro canto la “pretesa” di Gesù è di essere la Parola definitiva del Padre, che conseguentemente ci obbliga ad una risposta totalizzante, radicale appunto, nel senso che va alla radice dell’esistenza e mette in gioco tutto.
Ciò significa che, quando la sua Parola mi interpella come nel caso dell’anziano Eleazaro, ecco lì, in questi casi, non posso sottrarmi alla mia responsabilità in nome di una falsa modernità, che in realtà non è altro che una versione sofisticata della paura e della codardia. Va da sé, che il come e il quando vivere il radicalismo della Fede è questione profondamente personale, che rimanda al rapporto di ciascuno di noi con il Signore. Nessuno potrebbe, né dovrebbe, imporre ad un’altra persona una forma ritenuta adeguata nel vivere la Fede. Quando ciò avviene, lì inizia il fondamentalismo.
Sta di fatto, che se non coltiviamo il radicalismo della Fede con Lui, il Signore, prima o poi si torna a credere “nei miti eterni della patria e dell’eroe”…
Pe. Marco
