
“Tuttavia, tale attenzione spirituale ai poveri viene messa in discussione da certi pregiudizi, anche da parte di cristiani, perché ci sentiamo più a nostro agio senza i poveri. C’è chi continua a dire: “Il nostro compito è di pregare e di insegnare la vera dottrina”. Ma, svincolando questo aspetto religioso dalla promozione integrale, aggiungono che solo il governo dovrebbe prendersi cura di loro, oppure che sarebbe meglio lasciarli nella miseria, insegnando loro piuttosto a lavorare. A volte, invece, si assumono criteri pseudoscientifici per dire che la libertà del mercato porterà spontaneamente alla soluzione del problema della povertà. Oppure, persino, si opta per una pastorale delle cosiddette élite, sostenendo che, al posto di perdere tempo con i poveri, è meglio prendersi cura dei ricchi, dei potenti e dei professionisti, cosicché, attraverso di loro, si potranno raggiungere soluzioni più efficaci. È facile cogliere la mondanità che si cela dietro queste opinioni: esse ci portano a guardare la realtà con criteri superficiali e privi di qualsiasi luce soprannaturale, privilegiando frequentazioni che ci rassicurano e ricercando privilegi che ci accomodano”.
Papa Leone XIV “Dilexi te 114”
Dovendo trattare un argomento molto più scabroso del sesso, ho pensato bene di partire da questa citazione dell’ultimo documento della Dottrina Sociale, il Magistero ufficiale della Chiesa, che lungo la Storia attualizza per i discepoli di Gesù il riferimento fondamentale: il Vangelo.
Questo testo è particolarmente illuminante, perché smaschera impietosamente molte nostre incoerenze, che contraddicono la Fede in Gesù, professata con le labbra, ma spesso smentita nei vissuti quotidiani.
E’ per questo motivo che in questi giorni, tra i più grandi oppositori di una ridistribuzione delle ricchezze, troviamo molti che si dicono cattolici. Che il mainstream, i poteri forti e tutti i loro seguaci siano contrari a ciò, è assolutamente normale: così va il mondo da sempre e lo sterco del diavolo è il denaro, come dicevano i Padri della Chiesa.
Nel breve spazio di questa riflessione non m’interessa analizzare le possibili soluzioni del problema, quanto sollevare la questione di fondo maldestramente glissata dai più: dal momento che il nostro sistema economico produce ingiustizie e le accentua, è giusto che lo Stato intervenga ridistribuendo le ricchezze, perché tutti possano vivere dignitosamente?
L’articolo 3 della nostra Costituzione recita: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. D’altro canto, non vi è chi non veda come questo sia l’articolo più disatteso della nostra Costituzione.
La facile scusa, secondo la quale non vanno dati soldi allo Stato perché comunque li spende male, è una facile scusante, per sfuggire all’obbligo, morale e costituzionale, della solidarietà tra le varie classi sociali. Infatti, non ci sarà mai lo Stato perfetto, che userà perfettamente i soldi secondo i nostri criteri soggettivi… Inoltre, non pare che liberando l’accumulo illimitato nelle mani dei vari milionari, questi ne stiano facendo un uso accorto e solidale.
In altre parole, la Dottrina Sociale della Chiesa, prima che la Costituzione, afferma categoricamente il principio della Distribuzione universale dei beni, che legittima l’autorità politica ad intervenire nelle forme più efficaci, laddove l’economia capitalista non può arrivare, perché fondata sull’aumento della ricchezza e non sulla sua redistribuzione.
Un’altra questione di fondo, che sta alla base di tanti tentennamenti cristiani sull’argomento, è che il principio appena riportato autorizza ad usare dei beni della Creazione, quanto serve per una vita dignitosa. L’accumulo per sé e per la propria famiglia, la ricchezza, nel migliore dei casi è un privilegio, non un diritto; per non parlare di quando la ricchezza è frutto di una qualche forma d’ingiustizia. Come tale può andar soggetta a redistribuzione, a fronte delle crescenti situazioni d’indigenza e di privazione.
Perché tutto ciò non venga derubricato alla solita banale accusa di rivoluzionario, o comunista, come accadeva al Venerabile Dom Helder Camara, vorrei concludere con questa bella e tradizionalissima citazione di San Gregorio Magno, sì proprio lui: “Nessuno dunque si senta sicuro dicendo: io non derubo gli altri, perché mi limito a far uso dei beni a me concessi secondo giustizia. Il ricco epulone infatti non fu punito perché volle per sé i beni altrui, ma per aver trascurato sé stesso dopo aver ricevuto tante ricchezze. La sua condanna all’inferno fu determinata dal fatto che nella felicità egli non conservò il sentimento del timore, divenne arrogante per i doni ricevuti, non ebbe alcun sentimento di compassione”.
I discepoli di Gesù, forse, più che opporsi alla ridistribuzione dei beni, dovrebbero essere in prima fila nel promuoverla, soprattutto a livello politico…
pe. Marco
