
Il brano del giudizio finale secondo Mt 25, 31-46, che ci è proposto in questa solennità di Cristo Re dell’universo, mi ha ricordato un fatterello stupido, ma molto emblematico. In uno scambio nella Fede di qualche tempo fa un sacerdote, seppur con molto garbo, manifestò un profondo disagio con alcuni versetti di questo testo. In particolare non accettava quel “Via, lontano da me maledetti…”. Addirittura si rivolse al Signore Gesù, chiedendogli conto di questo giudizio così severo.
Ma le cose stanno effettivamente così? Il brano ci sta parlando di persone effettivamente condannate da una sentenza di Gesù, oppure Gesù voleva dire qualcos’altro? E’ Gesù che deve cambiare linguaggio (e se proprio non lo vuol fare, lo faremo noi stuprando la sua Parola…), oppure siamo noi, che dobbiamo cercare di capire dov’è la Buona Notizia, seppur mediata da un linguaggio provocante?
Penso sia chiaro il carattere retorico della mia domanda. Mentre è tristemente reale il lavoro di manipolazione della Parola da parte di noi “uomini del sacro”, perché sia tutta “latte e miele” e portatrice di consensi presso i cristiani del consumismo edonista.
In realtà, anche chi non ha fatto corsi di Teologia, sa che la Parola ci è donata attraverso generi letterari molto variegati. In questo caso, il genere parabolico deve suscitare il massimo coinvolgimento nella vicenda, perché l’uditore possa rileggere la sua esistenza e prendere delle decisioni in merito. Nel nostro caso, se Gesù ha messo in gioco tutta la sua arte retorica, è perché la posta in gioco è estremamente seria: la Salvezza stessa. Che ci piaccia, o meno, poco importa. Questa è struttura profonda della realtà, sulla quale il Signore ha fondato la Vita umana. Gesù non ci sta chiedendo, se siamo d’accordo, o meno. Gesù ci sta rivelando come il Padre ha voluto il mondo e come lo porterà a compimento.
Il fatto inaudito, che solo il Figlio di Dio poteva rivelarci, è che Lui è presente in modo singolare nel povero, ovvero in ogni uomo/donna che viva una particolare situazione di bisogno e marginalità. Pertanto, prima e al di là di sapere come comportarsi, il cristiano sa che il suo comportamento non riguarda semplicemente un altro essere umano, bensì lo stesso Signore Gesù.
Ovviamente Gesù non intende sottometterci alla “dittatura del povero”, nel senso che qualsiasi suo sogno, o desiderio, è un obbligo per noi. Anche il povero è un peccatore e la Carità, quella vera, è sempre giusta e intelligente.
In realtà, con questo escamotage Gesù ci “obbliga” quasi a fermarci e a chinarci sul povero, per metterci in gioco, per interessarci (I care diceva don Milani) e fare tutto quanto è nelle mie possibilità, per favorire il suo percorso di emancipazione. Lungi dall’essere un problema di elemosina, la Carità cristiana cammina sempre con la Giustizia. Così come il povero, che mi è affidato, non è solo quello che incontro fisicamente sotto casa, perché nell’era della globalizzazione ogni mio gesto può interessare uomini e donne, che vivono dall’altra parte del Pianeta.
Il tutto a fronte di una narrazione mediatica devastante, che in mille modi sottili e diabolici cerca di demonizzare i poveri e la povertà, cerca di criminalizzarli prima di ogni contatto personale.
E’ incredibile notare, come chi si è lasciato sedurre da questo odio demoniaco, molto spesso non parli per esperienza diretta, bensì ripeta pedissequamente, quanto divulgato da giornalisti lautamente pagati per disseminare l’odio sociale. Ma tutto questo male, questo inquadrare le persone povere dentro cliché disumani, non può che ricadere su chi lo alimenta, ovvero su tutta la nostra società.
Ecco allora che, forse, faremmo meglio a prendere sul serio le immagini forti e provocanti della parabola di Gesù. Infatti, alla luce della continuità tra il cielo e la terra presente nel Regno di Dio, prima ancora che all’Al di là, Gesù pensa a questa nostra vita terrena, che sarebbe certamente più umana, se ogni uomo/donna amasse il fratello e la sorella poveri come sé stesso.
pe Marco
