
Chiedo scusa, se qualcuno potrà sentirsi un po’ disorientato con la scelta del tema di questa riflessione. Infatti, il punto di partenza è il decisivo brano di 1Sam 8, 1-22a, che abbiamo sentito proclamare nella Liturgia ambrosiana di domenica scorsa. Per chi non l’avesse ancora capito, preciso che queste riflessioni non sono la ritrascrizione delle mie prediche, anche se a volte coincidono nei contenuti di fondo.
Detto ciò, questo importantissimo brano, pressoché sconosciuto al cattolico medio, ci ricorda storicamente e teologicamente un passaggio fondamentale della storia d’Israele: il passaggio dalla struttura socio politica dell’età tribale alla struttura monarchica, che con alterne vicende durerà fino all’esilio babilonese nel 586 a.C. La fase cosiddetta tribale, perché aveva come nucleo portante le dodici tribù d’Israele, ha interessato poco più dei primi duecento anni, dopo l’insediamento delle suddette tribù nella terra di Canaan.
Purtroppo la documentazione storica al riguardo è molto scarna e la ricerca esegetica italiana ha approfondito poco questa esperienza. D’altro canto, dai pochi studi seri sulla materia è possibile cogliere l’originalità di quell’esperienza, in parte riproposta dai kibbutz israeliani prima e dopo la Seconda Guerra mondiale. L’Israele del periodo tribale, o dei Giudici, era organizzato su base profondamente democratica e si articolava su diversi piani, partendo dal livello familiare, per poi passare a quello dei clan, che a loro volta si raggruppavano in base alla tribù di appartenenza, le dodici tribù d’Israele, generatesi dai dodici figli di Giacobbe. Ognuno di questi livelli sceglieva di volta in volta dei responsabili, fino ai cosiddetti Giudici, chiamati a guidare l’intero popolo in situazioni di emergenza, o di particolare gravità.
Questa articolata e complessa distribuzione del potere era rigorosamente a tempo e non aveva carattere ereditario.
E’ interessante notare, che in questo periodo, anche la vita religiosa d’Israele, è distribuita in una serie di santuari sparsi su tutto il territorio di Canaan. Non esisteva il Tempio di Gerusalemme. Il Tempio e la teologia ad esso collegata saranno il frutto maturo e conseguente del periodo regale per eccellenza: i regni di Davide e Salomone suo figlio.
Il brano, che ci è stato consegnato dalle Sacre Scritture e sul quale ci stiamo soffermando, ci lascia intravvedere un chiaro abuso di potere da parte di Samuele e dei suoi due figli; a cominciare dal fatto, che lui ha cercato di trasmettere loro l’autorità ricevuta.
D’altro canto, questo abuso andava risolto recuperando le regole democratiche, o meglio ancora sinodali, che avevano retto la vita d’Israele fino a quel momento.
Invece il popolo, un po’ per stanchezza per la complessità della struttura tribale, un po’ per omologazione ai popoli vicini, sceglie la soluzione più semplice e apparentemente più efficace: delega tutto il potere nella mani un uomo solo e della sua discendenza: il re appunto. Ciò inizialmente ha evitato la fatica di convocare le varie assemblee e ha risolto rapidamente gran parte dei problemi. Ma a lungo andare ha prodotto ciò che il testo ci consegna inesorabilmente: “Questo sarà il diritto del re che regnerà su di voi: prenderà i vostri figli per destinarli ai suoi carri e ai suoi cavalli, li farà correre davanti al suo cocchio, li farà capi di migliaia e capi di cinquantine, li costringerà ad arare i suoi campi, mietere le sue messi e apprestargli armi per le sue battaglie e attrezzature per i suoi carri. Prenderà anche le vostre figlie per farle sue profumiere e cuoche e fornaie. Prenderà pure i vostri campi, le vostre vigne, i vostri oliveti più belli e li darà ai suoi ministri…”.
Nonostante queste parole siano state pronunciate diverse migliaia di anni fa, non penso si debba essere esperti politologi per riconoscervi la crisi profonda delle nostre democrazie occidentali, che di democratico hanno ben poco. Così assistiamo impotenti allo svuotamento delle nostre democrazie in strutture imperiali, siano esse chiamate autocrazie, o presidenzialismi di vario tipo, dove un potere esecutivo senza limiti sta portando i nostri popoli all’autodistruzione.
Ma tutto ciò non è avvenuto a caso, o come conseguenza di qualche maledizione divina. Purtroppo questi nuovi re li hanno eletti milioni di cittadini stanchi, o annoiati, dalla fatica della vita democratica.
La seduzione ed il fascino d’interagire direttamente con l’uomo/donna solo al comando pare essere connaturale all’umanità, tanto quanto il peccato originale.
Questo testo del libro di Samuele ci dice, che il potere appartiene solo all’unico Signore del mondo. A noi esseri umani è stato concesso, ma distribuito in modo variegato attraverso capacità e talenti, coi quali ciascuno di noi deve dare il suo contributo al Bene dell’intera società umana.
Quando un uomo, o una donna, accumula potere in eccesso, benché per delega dalla maggioranza della massa, lì è avvenuto un corto circuito. Quell’uomo, o quella donna, non potrà che sostituirsi a Dio (non hanno rigettato te, ma hanno rigettato me, perché Io non regni più su di loro).
Pe. Marco
