Quest’estate 2026 don Marco si è recato in Puglia per visitare e toccare con mano la realtà dei migranti in quelle terre… queste le sue riflessioni e gli articoli che ha pubblicato in seguito
Borgo Mezzanone, dove lo Stato è presente
Lunedì 29 giugno ho potuto continuare questa Via Crucis tra i dannati della Storia. Sempre con
l’aiuto prezioso della Caritas ho potuto visitare questa senzala moderna in salsa italiana:
BorgoMezzanone; ma anche questo termine, legato agli schiavi delle fazendas brasiliane, non
rende ragione di questo mondo a parte nel cuore del grande e democratico Occidente. Un altro
termine utile a descriverlo potrebbe essere lazzaretto, perché, come quelli della peste e dei
lebbrosi, anche questo deve tenere lontano dalla gente per bene, magari anche devotissima, il
frutto maturo della nostra disumanità.
Infatti, quale legge umana, o quale principio morale, può giustificare, che si lascino dalle 4 alle
6 mila persone in un campo d’aviazione abbandonato, sotto i 40° di questi giorni, o immersi
nelle inondazioni autunnali e primaverili? Eppure, tutto ciò e altro ancora avviene da ormai
trent’anni a Borgo Mezzanone in provincia di Foggia.
Questo brillante esperimento sociologico iniziò negli anni novanta con le ormai dimenticate
“invasioni” albanesi. La nostra democrazia li relegò in quel campo, in attesa di assimilarli come
muratori, idraulici, elettricisti ecc… Col tempo vennero sostituiti da raccoglitori stagionali,
provenienti soprattutto dal nord Africa. All’aumento degli sbarchi nei primi anni duemila, la
base fu trasformata in un CAS per richiedenti asilo. Con la chiusura di buona parte dei CAS nel
sud Italia, a seguito di una delle tante scelte irrazionali dei nostri governi, anche questo venne
chiuso.
Per una sorta di eterogenesi dei fini, man mano che si svuotava il CAS aumentava a poche
centinaia di metri questo ghetto, che ospita normalmente attorno alle quattromila persone, ma
può arrivare fino alle seimila nei mesi della raccolta dei pomodori e delle olive.
La struttura sociale e urbanistica di questo slum è la stessa di Rignano Garganico; semmai
aumentata e peggiorata.
Subito all’arrivo si materializza la scandalosa ipocrisia di questo modello di falsa accoglienza.
All’entrata del ghetto è stazionata una pattuglia della Guardia di Finanza. Khady e Vincenzo si
allarmano un po’: potrebbe essere successo qualche casino. In realtà, più tardi sarebbero
arrivate le famose autobotti della Regione con non meno 50 mila litri di acqua teoricamente
potabile. Siccome l’acqua è un bene di prima necessità, soprattutto in questi giorni torridi, la
sua comparsa genera spesso tumulti e conflitti per il suo approvvigionamento.
Al seguito delle autobotti compare anche un gruppetto della CGIL per uno dei suoi attendimenti
periodici. Va detto, che oltre loro e la Caritas, altre realtà umanitarie frequentano la
baraccopoli, nell’intento di alleviare le sofferenze di questi dannati della Terra; ma tutte
ripetono sempre lo stesso ritornello: il problema è sistemico e noi possiamo fare poco per
risolvere i problemi dei singoli.
A costo di ripetermi fino all’esaurimento, il peccato mortale è sempre lo stesso: dietro un
linguaggio formalmente accogliente e giuridicamente impeccabile, l’intenzione di fondo è lo
sfruttamento di questa mano d’opera a buon mercato, negando radicalmente la dignità umana
di queste persone ed i diritti conseguenti. Ci servono così per produrre pomodori e melanzane
al minor prezzo possibile. Se teniamo come termine di paragone le conquiste del Diritto umanitario nell’ultimo secolo, la condizione giuridica di questi esseri umani non è migliore di
quella degli schiavi impiegati nelle piantagioni nord e sudamericane dopo la conquista delle
Americhe.
Purtroppo la visita è molto rapida. Vincenzo e soprattutto Khady sono molto nervosi. Mi
limitano molto nelle mie domande un po’ spregiudicate. Riesco a fare solo qualche foto
furtivamente. Mi dicono che qualche settimana fa un ghanese ha ucciso altri due migranti e
per un nonnulla, la violenza, subita e repressa per anni, può esplodere.
Eppure, passando tra le baracche non si può non cogliere la Vita tipica e rigogliosa di tutte le
bidonville della Terra. È quell’attaccamento alla Vita e la capacità di farla fiorire anche dal
letame, come diceva il grande De André. Pur nella condizione limite di quella gente, è possibile
notare tutto un rifiorire di soluzioni e di adattamenti, per poter sopravvivere. Nonostante siamo
gli osservati speciali per la mia faccia sconosciuta, le persone interpellate non si sottraggono
ad un dialogo veritiero, seppur minimale.
Vedo solo due, o tre, donne; ma pare che diverse siano all’interno delle baracche e non sono
mogli… Mi vengono alla mente i racconti degli uomini di Dom Pedro, quando tornavano dai
garimpos della Guyana francese. Tutto il mondo è paese…
Mentre noi usciamo da quell’inferno, incrociamo una BMW di grossa cilindrata. All’interno una
coppia bianca sulla quarantina ben conservati dal climatizzatore. Osservano attentamente e
passano… Poco fuori dal ghetto ci sorpassa un Peugeot 3008, che prese le debite distanze, “ci
scorta” fino all’imbocco della statale per Foggia. Chissà perché?!
Sarà stato qualche funzionario dello Stato italiano, che sempre si “prende cura” dei suoi figli
legittimi…
Pe. Marco
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Rignano Garganico, l’ipocrisia di Stato
Come vi accennavo, per questa mie “ferie” ho voluto venire qui nella Capitanata pugliese, per conoscere più da vicino questo scandalo a cielo aperto: le baraccopoli di Rignano Garganico e di Borgo Mezzanone.
Prima d’ora non avevo avuto contatti con queste due realtà, se non attraverso quel poco che ci viene trasmesso dai mass-media. Purtroppo questa realtà, essendo uno specchio privilegiato della nostra società (il famoso sguardo dalle periferie…), richiederebbe molto più tempo ed esperienza, per poter dire qualcosa di significativo su di essa. Pertanto le mie sono poco più che annotazioni di viaggio, una sorta di diario dell’anima condiviso con voi.
Il primo dato significativo, che voglio condividere, è questa realtà della Caritas foggiana, ben lontana dalla Caritas ambrosiana e molto più simile alle mie Pastorali Sociali maranhensi; ma il dato certamente significativo è che la Direttrice, Khady Sene, è un’italiana nata da una famiglia senegalese e giunta in Italia a diciannove anni.
Essendomi paracadutato qui al di fuori dei canali clericali, la programmazione dell’esperienza avviene di pari passo con la nostra conoscenza reciproca. E così, dopo una certa attesa, venerdì sul finire della mattinata e dopo aver incontrato velocemente l’arcivescovo Mons. Ferretti, Khady e Vincenzo, altro operatore Caritas, mi hanno portato a vedere Rignano Garganico.
L’insediamento, simile a quelli dei contadini schiavi nelle fazendas più che alle favelas di Rio de Janeiro, si trova ad una ventina di minuti d’auto dal centro di Foggia. La durata del tragitto, più che dalla lunghezza, dipende dalle strade, che uscendo dalla città diventano sempre più maranhensi, al punto che diversi passaggi si devono affrontare in prima e seconda marcia, fino a quando l’asfalto scompare e diventano sterrate; esattamente come nell’interno del Maranhão… E pensare che Foggia, se non fosse per il caldo di questi giorni, è davvero una città ordinata ed a misura d’uomo.
Alla periferia/ingresso della baraccopoli c’è un nucleo a sé stante; mi dicono essere un agglomerato maliano, che ha scelto di stare separato dagli altri gruppi etnici. L’ingresso vero e proprio nello slum è segnato da due fila di macchine di tutti i tipi, tra le quali è difficile identificare quelle funzionanti, da quelle usate per estrarre pezzi di ricambio. Khady e Vincenzo mi dicono, che una volta avendo bucato una gomma; in men che meno si sono ritrovati con la stessa pienamente restaurata e funzionante.
Lasciamo l’auto in una sorta di grande parcheggio, dove sostano decine di auto. Questo parking improvvisato è chiuso da un lato da un mega tendone con la scritta “Ministero degli Interni-Protezione civile”. Pare sia stato montato durante il Covid…
Un altro lato del parcheggio è delimitato da qualche decina di container con il condizionatore, donati a suo tempo dal Card. Krajewski, elemosiniere di Papa Francesco. Quando la Regione Puglia di Emiliano seppe della donazione, per non passare in secondo piano, organizzò l’assegnazione tramite regolare bando di concorso. Con quali criteri abbiano indetto il bando in questo territorio dell’illegalità, solo Dio lo sa… Oltre i container si trovano quattro grosse casse d’acqua più o meno potabile, regolarmente riempite da autocisterne della Regione Puglia.
Il restante dell’accampamento è un intrecciarsi caotico di baracche, strade di varie dimensioni, piccoli spacci, bar, oggetti di tutti i tipi, usati e da usare. C’è anche una discoteca, che oltre a far ballare, offre altri servizi meno nobili e molto più antichi… Al nostro arrivo si materializza con aria indifferente il proprietario della stessa: l’unico bianco, oltre a me e Vincenzo, in questo dipartimento africano in Italia.
Mentre camminiamo tra questa umanità sorridente nonostante questa umiliazione, Khady saluta, sorride, lancia messaggi in italiano, in francese, in wolof. Le richieste sono sempre le stesse e sono sempre paradossalmente banali, se non fosse, che da esse dipende la vita di queste persone. Il ciclo mortale, diabolicamente pianificato attraverso l’uso della legge, è sempre lo stesso.
La persona per svariati motivi, normalmente occasionali e accidentali, ha visto scadere il permesso di soggiorno. Se questo dettaglio viene a coincidere con la fine di un lavoro a tempo determinato, inizia la discesa negli inferi e nella clandestinità, perché per un qualsiasi controllo del biglietto del treno, ci si può tranquillamente ritrovare in un CPR nel giro di poche settimane. Pertanto queste baraccopoli diventano una sorta di terra di nessuno, dove sfuggire alla prigione o al rimpatrio, e dove è possibile sopravvivere biologicamente. Ora che l’Europa ha messo definitivamente il suo sigillo su queste leggi razziali, questo quadro potrà solo peggiorare.
Come me molti di voi forse non si capacitano, perché lo Stato, con una normalissima azione di polizia, non circonda il campo e non risolve i problemi con l’espulsione, o con la regolarizzazione. In fondo li ha tutti lì riuniti, un migliaio circa, senza neanche disturbare la quiete cittadina.
L’osservazione è più che legittima, ma non tiene conto del fattore principale: se eliminano queste e le altre centinaia di migliaia di braccia a costo quasi zero, come possiamo produrre pomodori, peperoni, olive, uva e quant’altro, in modo da competere con la verdura prodotta dagli altri schiavi, quelli rimasti a casa loro?
Contrariamente a quanto si dice comunemente, qui lo Stato c’è ed è chiaramente presente. Peccato abbia scelto di stare dalla parte sbagliata, dalla parte di quel capitalismo neoliberale, sempre più spietato e nelle mani di pochi oligarchi ricchissimi, che decidono le sorti del 90% dell’umanità. Quella di Rignano Garganica, come quella di Korogocho, di Kibera, della Rocinha o di qualsiasi altra favela è solo la parte più debole e sofferente.
Pe Marco
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Borgo Mezzanone: ghetto di Italia
un articolo che ci presenta la realtà di questa terra…
- https://www.doppiozero.com/borgo-mezzanone-ghetto-di-italia
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A buon intenditore poche parole…

Visto che finalmente Borgo Mezzanone è arrivato in prima pagina su “La Repubblica
non ho neanche bisogno di ripetermi, bensì semplicemente invitarvi a rileggere quanto scrivevo ai
primi di luglio da giù, da Borgo Mezzanone. Questa settimana rilancio la questione, solo perché è
l’unico modo che ho, per onorare lo schiavo morto, ben sapendo che lui già diventato un piccolo
caporale. Ma anche questo dettaglio, assieme all’articolo che segue, dimostra come ciò che viene
diabolicamente presentato come problema irrisolvibile, il flusso dei migranti, in realtà è un
perverso sistema di sfruttamento e di moderna schiavitù. Negando i diritti umani fondamentali ai
migranti, li si usa per generare una guerra tra poveri in Italia, estremamente utile per le nostre
elite economiche e politiche.
Ma il sangue di Sadam Houssain, come quello di Sylvester Tegang rimpatriato in una bara in questi
giorni, sale come sacrificio spirituale fino al Padre e, diversamente dalla nostra indifferenza, Lui
non lascia cadere nel vuoto il grido del povero (Sir 35,21). Nella nostra impotenza vorrei che
trasformassimo il nostro dolore in un grido rivolto al Padre, perché faccia Giustizia a questi suoi
figli.
Pe. Marco
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