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ARGOMENTO… MIGRANTI

Posted on 13 Maggio 202613 Maggio 2026 By admin Nessun commento su ARGOMENTO… MIGRANTI

Da IlSole24Ore del 7 maggio 2026

“La lingua dell’odio: così l’immigrazione tra percezione e realtà
Dalla parola “clandestino” all’ideologia della “remigrazione”, come è evoluta la narrazione sulle migrazioni tra retorica e scontro politico

Servizio di Massimo De Laurentiis
6 maggio 2026

Circa 300 milioni di persone nel mondo sono migranti. Secondo le stime delle Nazioni Unite del 2024, quasi il quattro per cento della popolazione globale vive da più di un anno in un Paese diverso da quello di residenza abituale, un dato raddoppiato rispetto a trent’anni fa.

Disuguaglianze economiche, dinamiche demografiche, crisi climatiche e politiche, conflitti, discriminazioni. La crescente instabilità globale è il motore di questo enorme flusso di persone che si muovono dal Sud globale verso i Paesi più ricchi del Nord del mondo. Un fenomeno da sempre presente nella storia dell’umanità, ma che oggi ha una intensità senza precedenti.

Soprattutto nei Paesi più interessati dal fenomeno, l’immigrazione è diventata uno degli argomenti più caldi del dibattito sociale e politico, spesso con toni molto accesi. Negli ultimi anni, intere campagne elettorali, dall’Europa agli Stati Uniti, si sono giocate anche su questo terreno. Dalle dichiarazioni di Donald Trump sulla comunità haitiana, accusata di mangiare animali domestici dei residenti, fino ai finti biglietti aerei di rimpatrio distribuiti dal partito di estrema destra tedesco Alternative für Deutschland, una retorica ostile nei confronti dell’immigrazione è sempre più usata per ottenere il consenso di elettori disorientati.

Queste paure si riflettono nel linguaggio, che spesso demonizza un fenomeno complesso e rischia di cancellarne il lato umano.

Innanzitutto, di cosa parliamo quando parliamo di immigrazione? La parola “immigrato” viene spesso utilizzata in modo indifferente per persone con percorsi diversi, regolari e irregolari, rifugiati o richiedenti asilo. Un appiattimento della lingua che, in contesto europeo, è andato di pari passo con una riduzione delle opzioni legali per accedere ai Paesi dell’Unione.

Annalisa Camilli, giornalista di Internazionale esperta di immigrazione e diritti umani, racconta come gli spazi di legalità per le persone che si spostano da un Paese all’altro siano diminuiti.

«In Europa, di fatto, dalla fine degli anni Novanta non c’è un modo legale per arrivare dagli altri paesi extraeuropei – spiega Camilli – nonostante il fenomeno della migrazione, in particolare quella forzata, sia in aumento costante negli ultimi dieci anni, i Paesi occidentali non hanno strumenti politici di gestione dei flussi se non quello dell’asilo».
Oggi le motivazioni per cui l’Europa concede visti o permessi di soggiorno a chi è già arrivato sono di meno rispetto a trent’anni fa. La conseguenza è che, sempre di più, quelli che dovevano essere semplici immigrati sono diventati richiedenti asilo.

Anche il vocabolario utilizzato dai media e dalla politica influenza il dibattito pubblico sul tema. «Ho cominciato a occuparmi di questo tema nel mezzo di una campagna per eliminare la parola “clandestino” dall’uso delle istituzioni e della stampa – racconta Camilli -. Durante questi anni ho visto un ingentilimento del linguaggio e poi di nuovo un imbarbarimento».

In Italia, spiega la giornalista, i primi anni Duemila sono stati un momento cruciale nel dibattito sull’immigrazione. Nel 2002 viene approvata la legge Bossi-Fini, il testo unico che regola gli ingressi nel nostro Paese tuttora in vigore. Nel 2007 e 2008 arrivano i primi “pacchetti sicurezza” e viene istituito il reato di clandestinità.

Negli anni successivi inizia una battaglia portata avanti da Carta di Roma, l’organo deontologico dei giornalisti per una corretta informazione sul tema dell’immigrazione, per abbandonare l’utilizzo della parola “clandestino”, in modo evitare la confusione tra i diversi percorsi delle persone migranti e da ridurre la criminalizzazione del fenomeno.

Un momento di svolta arriva con il primo viaggio di Papa Francesco a Lampedusa nel 2013. Da quel momento inizia ad affermarsi la parola “migrante”, termine neutro che descrive semplicemente delle persone in movimento, senza legarle a uno status che può portare con sè pregiudizi e stigma sociale.

Poi, nel momento più drammatico della crisi migratoria, gli europei fanno nuovi tentativi di esternalizzazione, stringendo accordi con Paesi di passaggio come la Turchia. In questo contesto, nel 2017, nel memorandum siglato dal governo italiano con la Libia per la gestione dei flussi in partenza, ricompare la parola clandestino.

Oggi nel dibattito politico ha fatto il suo ingresso un nuovo termine: remigrazione. «È uno dei cardini di una teoria del complotto più grande: la teoria della grande sostituzione, che immagina sia in corso un progetto di sostituzione delle popolazioni europee con popolazioni africane e asiatiche», spiega Camilli.

Contro questo fenomeno, la remigrazione propone una soluzione semplice e radicale: l’espulsione di massa degli immigrati. Chi è nato in un altro Paese o ha origini straniere deve andarsene.

Questo approccio è stato teorizzato negli ambienti dell’estrema destra francese e appoggiato dallo scrittore Renaud Camus, già condannato nel 2014 per incitamento all’odio razziale. Anche AfD in Germania ha usato ampiamente questa parola durante la campagna elettorale del 2023, e di recente il concetto si è diffuso in Italia.

L’anno scorso a Gallarate si è tenuto un summit sulla remigrazione che ha riunito militanti di estrema destra da tutta Europa. Tra i promotori anche Martin Sellner, identitario austriaco che ha scritto un libro dedicato alla remigrazione, tradotto anche in italiano.

Il pericolo, sottolinea Camilli, è un effetto “finestra di Overton”, che finisce per rendere accettabili delle posizioni ritenute impensabili fino a poco tempo fa. «Inserire questa parola nel discorso pubblico ha l’effetto di normalizzare una serie di concetti, come la deportazione, che sono vietati dalle nostre costituzioni, dalle nostre leggi fondamentali e dalla Convenzione di Ginevra».

Ma perché negli ultimi anni si è diffusa una comunicazione così aggressiva?

Secondo Maurizio Ambrosini, sociologo e studioso delle migrazioni, il nodo centrale riguarda la distanza tra la realtà dei dati, pur nella loro parzialità e complessità, e la percezione dell’immigrazione influenzata anche dallo scontro politico sul tema. «La rappresentazione è quella di un paese e di un’Europa assaliti da un’ondata crescente e drammatica di immigrati». Per l’Italia, tuttavia, «il dato reale Istat è che in dieci anni, dal 2014 al 2024, l’aumento è stato del 13,3%, nascite comprese».

Un altro aspetto spesso travisato riguarda l’identikit di chi arriva nel nostro Paese. «L’idea diffusa – commenta Ambrosini – è che si tratti sostanzialmente di giovani maschi di religione musulmana provenienti dall’Africa e dal Medio Oriente». In realtà, gli stranieri in Italia sono per quasi la metà donne e per quasi la metà europei. Inoltre, la maggioranza proviene da paesi di tradizione culturale cristiana, tra Europa, Filippine, America Latina e parte dell’Africa.
C’è poi un indicatore economico che contrasta le narrazioni più negative rispetto all’impatto sull’economia nazionale. Secondo l’ultimo Dossier statistico sull’immigrazione di Idos, confrontando le uscite dello Stato (come la spesa per accoglienza, sanità o previdenza) e le entrate derivanti da contributi e imposte, il saldo è in positivo per circa 4,6 miliardi di euro (dato del 2023).

Infine, il tema più spinoso: la sicurezza. Questo argomento è una delle leve più efficaci per chi si esprime più duramente contro l’immigrazione, accusata di aumentare la criminalità e rendere poco sicure le comunità di insediamento. Su questo fronte è vero che in Italia, pur rappresentando circa il 9% della popolazione residente, gli stranieri in proporzione sono responsabili di una quota maggiore di reati, soprattutto furti e rapine.

Questi dati però nascondono una realtà più complessa. «I reati sono più frequenti tra gli irregolari, perché sono più fragili: non riescono a lavorare e spesso nemmeno a trovare casa. – commenta Ambrosini – Man mano che la popolazione si stabilizza e si integra, anche i reati denunciati calano. L’integrazione favorisce una diminuzione».

Un altro fattore che contribuisce ad abbattere i reati è il ricongiungimento con i familiari: «I principali responsabili per la criminalità di strada sono giovani maschi soli. Se si riuniscono con la famiglia, il tasso crolla. La famiglia è un’agenzia di prevenzione della criminalità: favorisce la vita regolare e l’ordine sociale», spiega il sociologo.
Oltre a questo, come sottolinea Ambrosini, c’è un aspetto demografico che incide sulle statistiche e in generale non permette un confronto preciso tra la popolazione italiana e quella straniera. «Gli italiani sono molto più anziani, e gli anziani delinquono meno, almeno in forme manifeste. Poi ci sono comunità con tassi di criminalità più bassi degli italiani, come i filippini. Dire “gli immigrati” è troppo generico».

Insomma, più che la presenza di persone straniere, la criminalità sembra legata a un intreccio di condizioni socio-economiche precarie e situazioni di fragilità, che prescindono dal luogo di provenienza.

Ma per quanto i dati possano restituire un’immagine più completa, nell’opinione pubblica rimangono dubbi e timori che alimentano un’ostilità aperta nei confronti dell’immigrazione. Secondo Ambrosini, il successo delle narrazioni più dure e ansiogene ha a che fare con le paure di un Paese fragile e spaventato, che trova negli immigrati una sorta di capro espiatorio.

«Secondo Zygmunt Bauman, ci sono tre parole per dire “sicurezza”», racconta il sociologo. «La prima è security, che fa riferimento a grandi questioni sociali come il lavoro, la pensione, il futuro dei nostri figli. La seconda parola è certainty, il livello delle certezze morali: il vero, il falso, il buono, il cattivo, il giusto, l’ingiusto. La terza parola è safety: tornerò sicuro a casa questa sera? Mia figlia potrà uscire senza fare brutti incontri?». La tesi di Bauman, spiega Ambrosini, è che l’ultimo livello sia l’unico rispetto a cui il singolo individuo può fare qualcosa, con il risultato che l’insicurezza sperimentata agli altri due livelli si scarica sulla safety.

2026, Economia e politica

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