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“DIRE CRISTO IN TEMPI DI GUERRA”

Posted on 16 Maggio 202616 Maggio 2026 By admin Nessun commento su “DIRE CRISTO IN TEMPI DI GUERRA”

Carissimi questa settimana faccio un passo indietro e lascio la parola a questo sacerdote ucraino, conosciuto da meno di un anno, che mi permetto di chiamare amico, senza aver chiesto il suo consenso. Di seguito troverete il testo integrale, di un suo intervento all’interno ad una Conferenza internazionale sul dramma della Chiesa e del Popolo ucraino. Come ho già detto più volte, ciò che condivido può non coincidere esattamente con il mio pensiero, ma lo condivido sempre e solo, se aiuta a pensare, a cogliere la complessità della vita umana. Personalmente mi sono semplicemente commosso, nel sentire in me il dramma, la lacerazione, con la quale lui ha espresso i sentimenti di un intero Popolo, il suo Popolo. Certamente la prossima Festa di Pentecoste ci ricorderà, che dobbiamo tendere al superamento di ogni divisione etnica, religiosa, linguistica ecc… Ma non dimentichiamo, che questa è l’utopia verso cui tendiamo. Nel frattempo siamo dentro questa realtà e tendiamo verso il Figlio dell’Uomo, pienezza dell’umano…

                                                                                                          Pe. Marco

“DIRE CRISTO IN TEMPI DI GUERRA”

8-10 MAGGIO 2026

Padre Volodymyr Misterman

Cappellano dell’Esarcato Apostolico per i cattolici ucraini

di rito bizantino residenti in Italia (Varese/Gallarate)

NELLE PIAGHE DI CRISTO IL POPOLO UCRAINO

HA NASCOSTO LA SUA SPERANZA

??????? ???????! Christós Anésti! Cristo è risorto!

Vorrei iniziare il mio intervento, oggi, con questo saluto pasquale molto diffuso nella tradizione orientale, con il quale noi ci salutiamo fino alla festa dell’Ascensione del Signore. Questo saluto riassume la nostra fede e ci aiuta a sentire la presenza del Risorto anche in questo mondo trafitto dal peccato e straziato dalle guerre. Nel mondo delle guerre, per non impazzire e per non perdere la speranza, bisogna ripetere questo saluto, finché sia insediato nel nostro cuore.

Quando ho saputo che si stava organizzando questa Conferenza Internazionale con questo bellissimo titolo “Dire Cristo in tempi di guerra” e che spettava a me dire qualcosa in merito, mi sono posto subito due domande:

  1. Come figlio del mio popolo e della Chiesa di San Giosafat, io cosa posso raccontare ai partecipanti provenienti da tutto il mondo?
  2. Io che vivo da quasi 5 anni in un paese libero dove non suona l’allarme, dove non volano i missili e dove i droni e le bombe non distruggono e non uccidono, e dove senza nessun rischio per la salute e per la vita, possiamo riunirci per un convegno come il nostro, cosa posso dire di Cristo?

Ringrazio gli organizzatori di Russia Cristiana per questo evento importante che aiuta tutti a convincerci, una volta di più, che Cristo sta alla guida della storia umana e noi al posto di preoccuparci del nostro futuro, dobbiamo sforzarci di capire come nel presente possiamo essere i suoi collaboratori e costruttori di pace.

Per poter essere in grado di accorgerci della presenza del Signore nel presente, occorre ricordarsi come Lui ha accompagnato il suo popolo nel passato.

Mentre cercavo di rispondere alle domande appena elencate ho avuto la sensazione che nella mente e nel cuore stavo facendo un viaggio nel tempo. Mi sono ricordato subito dell’insegnamento dell’apostolo delle genti: «Ricordatevi dei vostri capi, i quali vi hanno annunziato la parola di Dio; considerando attentamente l’esito del loro tenore di vita, imitatene la fede» (Eb 13, 7). Ho avuto la sensazione che dall’Eternità mi guardasse il mio parroco, padre Gregorio, sacerdote della Chiesa clandestina e assieme a lui mi guardasse anche il mio vescovo S.E.M. Pavlo Vasylyk che mi ha mandato in seminario. S.E.M. Pavlo ha trascorso più di 10 anni nei campi di concentramento sovietici ed è stato uno dei 6 lavoratori coraggiosi nella vigna del Signore: il 18 maggio del 1989 era andato sulla piazza Rossa a Mosca, per dichiarare che la nostra Chiesa usciva dalle catacombe.

Mentre pensavo a tutti coloro che sono stati per me i libri viventi della storia, nel mio cuore sentivo risuonare questa frase ripetuta da loro in varie circostanze: «figliolo, se vuoi sentire che Cristo guida la tua vita, sii sempre fedele a Lui e non tradire mai nè la tua coscienza, nè il tuo popolo, nè la Chiesa, nè tanto meno il sogno del Signore Gesù “che tutti siamo una cosa sola”». Questa frase non l’ho mai scordata e il suo significato è maturato nel mio cuore, sotto lo sguardo dei due grandi santi ucraini durante i miei studi in seminario: san Volodymyr il Grande e san Giosafat per 6 anni mi hanno guardato dall’icona sopra l’altare della cappella del seminario.

Questo breve excursus storico aiuta meglio a percepire che noi impariamo dagli altri a riconoscere che “Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre!” (Eb 13, 8). Avendo avuto da Dio la grazia di avere nella mia vita autentici testimoni della fede, oggi, posso parlare di Cristo in tempi di guerra.

“Siate testimoni di Cristo in Ucraina e nelle terre del vostro libero insediamento, in tutti i paesi del vostro insediamento, nelle prigioni, nelle carceri e nei campi, fino ai confini della terra e fino alla fine della vostra vita terrena! Siate testimoni in tutti i continenti del nostro povero pianeta!”, ci chiede oggi attraverso il suo testamento, il cardinale Josyf Slipij, Arcivescovo Maggiore della Chiesa greco-cattolica ucraina che ha trascorso 18 anni nei campi di concentramento sovietici. Non posso oggi non ubbidire a questo grande confessore della fede.

Quando non esplodono le bombe non vuol dire ancora che c’è la pace: la “non guerra” non è mai stata il sinonimo della pace nel senso autentico di questa parola.

Fino al 2014 avevo solo sentito dai nonni quanto terribile e crudele sia la guerra. Pensando però alla storia della nascita della mia mamma che era nata in mezzo ai boschi siberiani, durante la persecuzione sovietica, e ricordando come di notte nelle case private il mio parroco celebrava la Divina Liturgia, confessava e battezzava, rischiando di essere preso e messo in prigione, capisco che la guerra nel 1945 era finita, ma non per tutti, perlomeno non era finita per il mio popolo. Perché laddove la libertà viene soffocata e schiacciata non si può mai dire che è vera pace.

Vedere come ai nostri occhi si sta compiendo il Vangelo, ci permette di parlare e di testimoniare di Cristo anche in tempi di guerra.

Sono venuto in Italia 5 mesi prima che scoppiasse la guerra nel mio paese e all’inizio mi chiedevo spesso se avessi il diritto di dire qualcosa. Ma dopo aver visto l’enorme generosità, la vicinanza e la solidarietà del popolo italiano che apriva le porte delle proprie case alle donne coi bambini che scappavano dalla guerra, quando ho visto caricare camion di medicinali, di beni di prima necessità, di coperte d’inverno e di cibo, ho capito che ho, non solo il diritto, ma l’obbligo di testimoniare come ai miei occhi si sta compiendo la Parola di Dio: “Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi” (Mt 25, 35-36).

“Dire Cristo in tempi di guerra”

vuol dire avere coraggio di dire e di difendere la verità.

Le guerre odierne scoppiano e si diffondono molto velocemente anche perché coloro che le preparano tengono presente che viviamo nell’epoca della post-verità, in cui la propaganda diventa un’arma potentissima con la quale prima che venga conquistato un territorio, vengono conquistate le nostre teste. Colpendo la mente e il cuore umano, la propaganda nuoce all’Umanità non meno dei missili o dei droni. In tempi di guerra non si può mai essere indifferenti, perché l’indifferenza può uccidere.

“Dire Cristo in tempi di guerra” vuol dire confermare, senza compromessi, che si è lontani da Cristo quando non si cerca la Verità. La Chiesa di Dio è coinvolta in primis in ogni guerra sul fronte, però quello invisibile. Il compito della Chiesa, durante le guerre, è quello di stare con il proprio popolo e dalla sua parte, cercando di difendere e di custodire attraverso i sacramenti, la preghiera e il digiuno la mente e il cuore da ogni sorte di manipolazione, dall’odio e dal desiderio di vendetta.

Le piaghe di Cristo che stanno sanguinando nel Suo Corpo Mistico

ci permettono di parlare di Lui nel tempo reale.

Ad agosto scorso, ho avuto una grande grazia da Dio: poter visitare l’Ucraina, dopo quattro anni che non ci andavo. In due settimane di permanenza nella mia Patria, il Signore mi ha permesso di capire chi è Lui molto di più di quello che avevo letto nei libri di teologia e di quello che avevo sentito dai più illustri professori presso le università pontificie.

Visitando i cimiteri, dove sono sepolti migliaia dei nostri difensori, ho percepito, per la prima volta in modo molto chiaro, che le parole dette dal Maestro “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15, 13) non sono belle parole o teoria, ma una realtà che salva la vita dalla superficialità e la riempie di un senso profondo.

Nei cimiteri stessi e nelle chiese, durante la Divina Liturgia per i defunti, si percepisce perfettamente che la morte non ha mai l’ultima parola nella nostra vita. Guardando come giovani vedove, bambini orfani, genitori, fratelli e amici fissano il loro sguardo sulle foto delle lapidi delle tombe dei loro cari, si capisce che “Dio non è il Dio dei morti, ma dei vivi” (Lc 20, 38).

La vera fede in Cristo custodisce il cuore umano anche sul campo di battaglia.

Quando si parla della guerra, spesso si parla solo delle cose brutte, ma possono capitare anche delle cose meravigliose, peccato solo che di queste non si parli in TV. I telegiornali non trasmettono le immagini dei soldati che, preparandosi per la difesa, appendono il rosario ai giubbotti antiproiettili, per non diventare dei mercenari durante la battaglia.

Quando sono stato in Ucraina, ho sentito varie testimonianze dei cappellani, dei volontari e dei soldati e sono sicuro che, dopo la guerra, vedranno il mondo decine di volumi con le loro documentazioni che parlano della presenza di Cristo anche al fronte.

Oggi vorrei condividere con voi una testimonianza che ho sentito da un veterano che ha raccontato questa storia. Durante una difficile battaglia nella zona del Donbas, l’anno scorso, molti soldati sia ucraini che russi sono stati uccisi e lui stesso è stato gravemente ferito. Pensando che stava vivendo l’ultimo istante della sua vita, si è messo a pregare. I suoi confratelli, dopo averlo visto sanguinare, volevano portarlo via per salvarlo, ma lui ha chiesto loro di lasciarlo stare, perché voleva finire la preghiera prima di morire. Pregava per i suoi confratelli uccisi, pregava per quelli vivi e feriti che potessero tornare dai loro cari, pregava per la propria famiglia e per sé. Ma poi ha detto che alla fine aveva pregato anche per i nemici appena uccisi, dicendo: “Signore perdona loro e perdona me, perché fra un istante io e loro saremo insieme davanti a Te per essere giudicati”. Ed è sopravvissuto, come dice lui stesso, solo perché il pensiero che lui stava al fronte spinto dall’amore per i propri cari e non dall’odio nei confronti dei nemici, gli scaldava il cuore e gli dava la forza di continuare a resistere.

Nei tempi difficili è impossibile fingere la fede.

Dopo 4 anni dell’aggressione contro l’Ucraina da parte di uno degli Stati che, secondo il famoso Memorandum di Budapest del 1994, doveva esserne garante; dopo il tradimento, dopo tanta ingiustizia, tanto dolore e sofferenza è molto chiaro che parlare della fede e vivere la fede sono due cose ben diverse. È sempre molto più facile parlare del perdono, dell’amore nei confronti dei nemici che mettere in pratica il comandamento dell’Amore.

“Dire Cristo in tempi di guerra” vuol dire avere il coraggio di ammettere, con umiltà, che siamo troppo fragili e deboli; che senza l’aiuto di Cristo e senza la preghiera della Chiesa non si può essere mai in grado di essere autentici testimoni.

Nel suo testamento spirituale il fondatore di Russia Cristiana, padre Romano Scalfi scrisse: «Chiedo agli amici di Russia Cristiana di amare la Russia nonostante tutto». Questa bellissima frase che è profondamente evangelica nel momento attuale, per molti ucraini e non solo per noi, ma anche per molti altri popoli che hanno subito e subiscono tanta ingiustizia da parte del paese menzionato, è incomprensibile; e per il cuore, fortemente ferito, è anche inaccettabile. Perciò, oggi vi chiedo, come figlio del popolo ucraino e della Chiesa di san Giosafat, di pregare per il mio popolo, affinché il testamento del Signore Gesù «ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori» (Mt. 5, 44) sia instillato nel cuore del mio popolo, lo guarisca e noi avremo la forza ed il coraggio di alzare il nostro sguardo, per poter guardare la Russia, attraverso le piaghe di Cristo.

Chiedo a tutti di pregare nelle vostre lingue, con le vostre comunità, nelle vostre chiese, per il mio popolo e per la mia Chiesa, affinché tutti noi, ricordandoci di tutti coloro che ci hanno preceduto nella fede, un’altra volta nella nostra storia possiamo dare un’autentica testimonianza della fede in Cristo Risorto.

Vi chiedo di pregare anche per tutti coloro che ancora “non sanno quello che fanno”, che hanno portato la guerra a casa nostra e ancora seminano la morte e, perché siano in grado di capire che la vera pace inizia dalla pace con il Signore, attraverso il pentimento e il perdono.

2026, Meditando con don Marco

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