
Natan analizza alla luce della Parola, ciò che probabilmente era già sulla bocca di tutti: l’adulterio del santo re Davide. Lui non ne fa motivo di gossip, o del solito chiacchiericcio di massa, dove nessuna soggettività si assume la responsabilità di ciò che ha detto.
Invece il profeta, Natan in questo caso, oppure ciascuno di noi, è colui, che avendo letto l’intera vicenda alla luce della Parola di Dio si assume la responsabilità di giudicare quel fatto; ma questo giudizio, se da un lato appare forte e singolare, dall’altro non è più soltanto parola di Natan, ma è la Parola di Dio che risuona attraverso Natan. Il tutto, ripeto, senza che entrino in gioco doni soprannaturali, o particolari manifestazioni del divino. Più semplicemente il Signore illuminando e sostenendo gli uomini e le donne, che s’ispirano radicalmente alla sua Parola, può in ogni momento “parlare” dentro i vari avvenimenti della Storia.
Il brano di 2Sam 12, 1-13 ci offre degli spunti interessanti, per riprendere un tema fondamentale per la vita cristiana, ma abbastanza dimenticato dal nostro cattolicesimo occidentale. Si tratta del dono della profezia. Per cogliere l’importanza di questa dimensione della Fede cristiana, basti ricordare che il Battesimo ci rende partecipi del carisma sacerdotale, profetico e regale di Cristo. Tralasciando la questione sacramentale nel suo insieme, in che cosa consiste questo dono della profezia?
Il fatto che la profezia appaia già nell’AT significa che non è una sua caratteristica esclusiva di Gesù. In realtà, noi attestiamo che in Lui questo dono dello Spirito ha trovato la sua massima espressione. Detto ciò, di che cosa stiamo parlando, di cosa si tratta?
Innanzitutto, benché l’AT a volte lo associ a capacità soprannaturali nel prevedere il futuro, già con i grandi profeti, come Isaia, Geremia, Amos ecc…, ha un significato molto più terreno e legato alla normalità della vita umana. Riassumendo brutalmente il lungo e complesso percorso biblico, possiamo dire che il nabi, il profeta, è colui che possiede una particolare capacità di vedere, di leggere la vita. Da qui la sua parola autorevole, molto spesso decisa e controcorrente, perché esprime la visione ed il giudizio divino sulle varie vicende della vita.
Anche se nella Bibbia i profeti hanno sempre qualche tratto eccezionale, la prospettiva squisitamente cristiana vuole rimarcare, che la sequela di Gesù e il dono dello Spirito Santo danno ad ogni cristiano la possibilità di leggere la realtà ad un livello più profondo. Ciò permette ad ogni cristiano di giudicare ogni avvenimento con libertà evangelica (che è ben diversa dal capriccio personale, o dal giudizio di parte…).
Come accennato in questa brevissima introduzione la vicenda del profeta Natan e del re Davide ha certamente i tratti dell’eccezionalità: chi allora, ma anche oggi, si permetterebbe mai di giudicare il comportamento del re, o del potente di turno? Ma esattamente questa eccezionalità ci permette di ricostruire le caratteristiche della profezia sopra descritte.
Infatti, all’origine di tutto vi è una “visione” non nel senso soprannaturale del termine, bensì nel senso squisitamente spirituale, teologico. Natan analizza alla luce della Parola, ciò che probabilmente era già sulla bocca di tutti: l’adulterio del santo re Davide. Lui non ne fa motivo di gossip, o del solito chiacchiericcio di massa, dove nessuna soggettività si assume la responsabilità di ciò che ha detto.
Invece il profeta, Natan in questo caso, oppure ciascuno di noi, è colui, che avendo letto l’intera vicenda alla luce della Parola di Dio si assume la responsabilità di giudicare quel fatto; ma questo giudizio, se da un lato appare forte e singolare, dall’altro non è più soltanto parola di Natan, ma è la Parola di Dio che risuona attraverso Natan. Il tutto, ripeto, senza che entrino in gioco doni soprannaturali, o particolari manifestazioni del divino. Più semplicemente il Signore illuminando e sostenendo gli uomini e le donne, che s’ispirano radicalmente alla sua Parola, può in ogni momento “parlare” dentro i vari avvenimenti della Storia.
Certamente per non relegare la profezia in un tempo mitico e lontano, può essere utile ricordare qualche esempio più vicino a noi. Innanzitutto, essendo ambrosiani, come non ricordare la testimonianza di Sant’Ambrogio nei riguardi dell’imperatore Teodosio (e non è male ricordare che Teodosio è colui, che proclamò il cristianesimo religione dell’Impero. Che disgrazia per il Vangelo!).
Ma anche Tommaso Moro nei riguardi di Enrico VIII. Oppure Bonhoeffer, Gandhi, Martin Luther King, Dom Helder Camara, San Oscar Romero, Giorgio La Pira, Padre Turoldo, Don Milani e la lista, grazie a Dio, potrebbe continuare all’infinito.
Giustamente noi ricordiamo queste figure, perché avendo vissuto il dono della profezia nelle forme più alte e radicali, si distaccano come esempi di un’umanità, che ha espresso al massimo la sua potenzialità. Al tempo stesso, però l’estrema varietà delle loro esperienze ci dice che non esiste un contesto, o un epoca, in cui il cristiano è chiamato ad esercitare la profezia. Invece, ovunque il Signore ci collochi a vivere la nostra Fede, lì ciascuno di noi, può essere profeta, resistendo alla massificazione ed all’omologazione del pensiero dominante; prendendo posizione, dopo aver letto gli eventi alla luce della Parola e della voce della propria coscienza.
Ma forse il nostro tempo è carente di grandi profeti esattamente perché ancor più carente è questa profezia popolare, di noi cristiani e cristiane comuni…
Pe. Marco
