Ernesto Borghi
Se il “ruinismo” fosse stato l’unico cattolicesimo possibile, non potrei dirmi cattolico.
Al rispetto e alla preghiera per la persona di Camillo Ruini, appena deceduto all’età di 95 anni, penso non sia inopportuno accompagnare una riflessione su quella stagione ecclesiale che da lui ha preso il nome: il ruinismo. Pur non essendo un modello inventato da Ruini di sana pianta – del resto, si tratta di una declinazione moderna di quel cesaropapismo diffusosi a partire dal IV secolo – “Eminenz” ne è stato l’emblema.
Il ruinismo ha rappresentato la tentazione di garantire un’influenza politica e una posizione di rendita alla Chiesa cattolica istituzionale. In nome dei “valori non negoziabili” (declinati quasi sempre come diritto di veto politico sulle rivendicazioni dei “nuovi diritti” individuali in ambito bioetico e famigliare) si è preferita l’influenza legislativa alla testimonianza propositiva, gioiosa e contagiosa di una minoranza evangelica consapevole. È stato l’atteggiamento di una gerarchia ecclesiastica che, temendo di diventare irrilevante nella società italiana, ha negoziato la propria credibilità coprendo le spalle a figure politiche non sempre di specchiate virtù cristiane. Si pensava forse che il fine giustificasse i mezzi. In realtà, la Chiesa italiana si illudeva di essere maggioritaria – e di poter ancora orientare le coscienze degli italiani – solamente perché capace di far valere i propri numeri nei palazzi del potere.
Per dirla con il lessico di papa Francesco, il ruinismo è stato l’espressione di una Chiesa intenta a “occupare spazi” anziché “avviare processi”; una Chiesa che si è “sporcata le mani” più con le maggioranze di governo che non con i poveri, con gli esclusi e con i dubbiosi. A pelle, ho sempre trovato questa proposta profondamente mondana, giudicante e respingente.
Ma, grazie a Dio, già nella mia adolescenza avevo incontrato testimoni di un volto diverso, evangelico e inclusivo, della fede cristiana e della Chiesa, della quale posso dirmi lieto di farne parte. Mi pare che oggi anche la Conferenza Episcopale Italiana stia, con fatica, provando ad abitare il pluralismo con l’umiltà del “lievito di pace e di speranza” e non più con i diktat ruiniani. Non cadere nuovamente in quella tentazione è il mio augurio e il mio impegno”
Piotr Zygulski (curatore del.libro “Riattivare papa Francesco”).
Io aggiungo che se “il progetto culturale della Chiesa cattolica italiana”, varato nel 1995-1996, fosse stato una cosa formativamente degna del cristianesimo di “Evangelli gaudium” e “Laudato si'” e non lo spreco di risorse in mille rivoli che e’ stato senza alcuna vera lungimiranza culturale, il cattolicesimo italiano e la societa’ civile del nostro Paese avrebbero altre condizioni rispetto ad oggi.
