Lunedì 29 giugno ho potuto continuare questa Via Crucis tra i dannati della Storia. Sempre con
l’aiuto prezioso della Caritas ho potuto visitare questa senzala moderna in salsa italiana:
BorgoMezzanone; ma anche questo termine, legato agli schiavi delle fazendas brasiliane, non
rende ragione di questo mondo a parte nel cuore del grande e democratico Occidente. Un altro
termine utile a descriverlo potrebbe essere lazzaretto, perché, come quelli della peste e dei
lebbrosi, anche questo deve tenere lontano dalla gente per bene, magari anche devotissima, il
frutto maturo della nostra disumanità.
Infatti, quale legge umana, o quale principio morale, può giustificare, che si lascino dalle 4 alle
6 mila persone in un campo d’aviazione abbandonato, sotto i 40° di questi giorni, o immersi
nelle inondazioni autunnali e primaverili? Eppure, tutto ciò e altro ancora avviene da ormai
trent’anni a Borgo Mezzanone in provincia di Foggia.
Questo brillante esperimento sociologico iniziò negli anni novanta con le ormai dimenticate
“invasioni” albanesi. La nostra democrazia li relegò in quel campo, in attesa di assimilarli come
muratori, idraulici, elettricisti ecc… Col tempo vennero sostituiti da raccoglitori stagionali,
provenienti soprattutto dal nord Africa. All’aumento degli sbarchi nei primi anni duemila, la
base fu trasformata in un CAS per richiedenti asilo. Con la chiusura di buona parte dei CAS nel
sud Italia, a seguito di una delle tante scelte irrazionali dei nostri governi, anche questo venne
chiuso.
Per una sorta di eterogenesi dei fini, man mano che si svuotava il CAS aumentava a poche
centinaia di metri questo ghetto, che ospita normalmente attorno alle quattromila persone, ma
può arrivare fino alle seimila nei mesi della raccolta dei pomodori e delle olive.
La struttura sociale e urbanistica di questo slum è la stessa di Rignano Garganico; semmai
aumentata e peggiorata.
Subito all’arrivo si materializza la scandalosa ipocrisia di questo modello di falsa accoglienza.
All’entrata del ghetto è stazionata una pattuglia della Guardia di Finanza. Khady e Vincenzo si
allarmano un po’: potrebbe essere successo qualche casino. In realtà, più tardi sarebbero
arrivate le famose autobotti della Regione con non meno 50 mila litri di acqua teoricamente
potabile. Siccome l’acqua è un bene di prima necessità, soprattutto in questi giorni torridi, la
sua comparsa genera spesso tumulti e conflitti per il suo approvvigionamento.
Al seguito delle autobotti compare anche un gruppetto della CGIL per uno dei suoi attendimenti
periodici. Va detto, che oltre loro e la Caritas, altre realtà umanitarie frequentano la
baraccopoli, nell’intento di alleviare le sofferenze di questi dannati della Terra; ma tutte
ripetono sempre lo stesso ritornello: il problema è sistemico e noi possiamo fare poco per
risolvere i problemi dei singoli.
A costo di ripetermi fino all’esaurimento, il peccato mortale è sempre lo stesso: dietro un
linguaggio formalmente accogliente e giuridicamente impeccabile, l’intenzione di fondo è lo
sfruttamento di questa mano d’opera a buon mercato, negando radicalmente la dignità umana
di queste persone ed i diritti conseguenti. Ci servono così per produrre pomodori e melanzane
al minor prezzo possibile. Se teniamo come termine di paragone le conquiste del Diritto umanitario nell’ultimo secolo, la condizione giuridica di questi esseri umani non è migliore di
quella degli schiavi impiegati nelle piantagioni nord e sudamericane dopo la conquista delle
Americhe.
Purtroppo la visita è molto rapida. Vincenzo e soprattutto Khady sono molto nervosi. Mi
limitano molto nelle mie domande un po’ spregiudicate. Riesco a fare solo qualche foto
furtivamente. Mi dicono che qualche settimana fa un ghanese ha ucciso altri due migranti e
per un nonnulla, la violenza, subita e repressa per anni, può esplodere.
Eppure, passando tra le baracche non si può non cogliere la Vita tipica e rigogliosa di tutte le
bidonville della Terra. È quell’attaccamento alla Vita e la capacità di farla fiorire anche dal
letame, come diceva il grande De André. Pur nella condizione limite di quella gente, è possibile
notare tutto un rifiorire di soluzioni e di adattamenti, per poter sopravvivere. Nonostante siamo
gli osservati speciali per la mia faccia sconosciuta, le persone interpellate non si sottraggono
ad un dialogo veritiero, seppur minimale.
Vedo solo due, o tre, donne; ma pare che diverse siano all’interno delle baracche e non sono
mogli… Mi vengono alla mente i racconti degli uomini di Dom Pedro, quando tornavano dai
garimpos della Guyana francese. Tutto il mondo è paese…
Mentre noi usciamo da quell’inferno, incrociamo una BMW di grossa cilindrata. All’interno una
coppia bianca sulla quarantina ben conservati dal climatizzatore. Osservano attentamente e
passano… Poco fuori dal ghetto ci sorpassa un Peugeot 3008, che prese le debite distanze, “ci
scorta” fino all’imbocco della statale per Foggia. Chissà perché?!
Sarà stato qualche funzionario dello Stato italiano, che sempre si “prende cura” dei suoi figli
legittimi…
Pe. Marco
