
Sì, avete già capito, che questo titolo è forzatamente ironico e sarcastico. Eppure, purtroppo, non è falso, perché in questi giorni anche questo pensiero mi ha attraversato. Sì, perché a fronte dell’ipocrisia di molti, il generale dice apertamente ciò che pensa. Il fatto che possa sostenere certe tesi, senza essere incriminato, è perché di fatto riflette l’opinione della maggioranza degli italiani. Purtroppo questa visione della realtà viene spesso camuffata di nobili ideali, leggi impeccabili e argomentazioni politicamente corrette; in modo tale da poterla far risuonare su tutti i canali della comunicazione di massa.
In questo modo si costruiscono le narrazioni, quelle rappresentazioni distorte della realtà, che però s’imprimono nei cuori e nelle menti, soprattutto di chi ha pochi contatti con la vita sociale e culturale.
Ma il mio ringraziamento sorgeva anche pensando a quella parte minoritaria della popolazione, sinceramente convinta del carattere razzista e immorale dei suoi proclami. Ecco, pensando a costoro, la mia speranza è che la semplificazione e la brutalità di quest’uomo possa suscitare quel sussulto di umanità e di sacrificio, per mettersi in gioco, per reagire a questa deriva, che può solo portarci a nuove e più grandi tragedie.
Chi ha letto qualche studio dignitoso sui grandi genocidi della Storia, non può non ritrovare oggi, mutatis mutandi, quel sonno della ragione e soprattutto del cuore, che ha preparato tutte quelle grandi tragedie.
Eppure, chi è sinceramente ispirato da valori quali la dignità umana, l’uguaglianza di tutti gli esseri umani, la fraternità universale ecc…, continua a comportarsi come se ci trovassimo ancora dentro il normale gioco democratico. Per questo motivo si cerca di abbandonare all’oblio ed al silenzio, chi è palesemente fuori dai valori democratici. Questa politica del silenzio in realtà molte volte è frutto della pigrizia, perché non si vogliono sostenere confronti, sia privati che pubblici, molto spesso dialettici e conflittuali.
Il risultato di tutto ciò è che una sola narrazione risuona nelle nostre città e sui nostri social. Dopo di che non serve scandalizzarsi, se anche l’anziana di Laorca, che da decenni non esce la sera e non prende il treno, sia fermamente convinta, che la città è devastata dai maranza, che i mussulmani sono tutti organizzati in battaglioni alla conquista dell’Europa e le loro mogli sono solo impegnate a far figli, per usufruire delle case popolari e occupare i nostri territori. Il tutto, ripeto, senza aver mai avuto alcuna esperienza diretta di tutto ciò.
Un esempio tra i tanti di quanto sia perdente la politica del silenzio, è stata la recente campagna elettorale a Lecco. Nessuno, neppure chi lavora quotidianamente e positivamente con le migliaia di migranti della città, ha avuto il coraggio di testimoniare questo bene già presente e proporlo al dibattito elettorale. In altre parole, nessuno ha avuto il coraggio di mettere la realtà dei migranti nella propria campagna elettorale, per sottolineare che anche loro contribuiscono allo sviluppo di questa città. Quando ho sottolineato questa mancanza a campagna terminata, l’obiezione sollevata è stata la stessa di sempre: “Eh don parlando di questi temi, si perdono voti ed elezioni!”; forse, ma non mi pare che il silenzio abbia portato grandi vittorie a Lecco e non solo… Io preferisco stare con la saggezza dei miei contadini brasiliani, secondo la quale “chi vive di paure, muore due volte”.
Fatte queste considerazioni di carattere generale e trasversale, vale la pena fare qualche piccola riflessione sul ruolo e le responsabilità della nostra Chiesa, dentro questo scenario allarmante. E le considerazioni le prenderei da un incontro per gli operatori dei Centri d’ascolto della Caritas della Zona III, la provincia di Lecco. L’incontro prevedeva un aggiornamento sulle nuove direttive europee in materia d’immigrazione. Una brava avvocata dell’ASGI ha cercato di tradurre per la nostra platea selezionata, ma non specializzata, l’ennesimo mostro giuridico, che infarcito di belle parole e principi democratici, di fatto ha di mira la non accoglienza ed il respingimento, di chi cerca di entrare in Europa come può, visto che legalmente entrano solo alcune classi sociali privilegiate.
Dopo più di un’ora di presentazione, all’emergere delle prime domande, il quadro generale, anziché chiarirsi, è andato ingarbugliandosi sempre più; fino ad arrivare a vere e proprie situazioni di disperazione e di parossismo. Più di una partecipante, animata solo dal desiderio di aiutare i poveri migranti, sconsolata si è arresa dicendo: “Ma in queste condizioni, come facciamo ad aiutare i nostri utenti? Che cosa diciamo loro? Che cosa possiamo fare per loro, dentro questo labirinto di parole e di regole, che hanno come intento quello di rendere il più difficile possibile l’accesso all’Europa?”.
Ma il passaggio più interessante, sul quale ho fatto anche qualche intervento, è stato quando abbiamo preso coscienza collettivamente, che queste norme sono in gran parte ingiuste e immorali da diversi punti di vista, non solo evangelico. E dunque, che fare di fronte ad una legge dello Stato ingiusta e discriminatoria? Di fronte a questa evidenza, se una minoranza continuava a ribadire ad oltranza l’obbedienza alla legge, la componente maggioritaria e più dinamica dell’assemblea non riusciva a far altro che ripetere, che tutto ciò è profondamente ingiusto e immorale.
Osservando quella scena, mi è venuto in mente Gesù, che contemplando le folle “ne sentì compassione, perché erano come pecore senza pastore…”. Infatti, se sentissero proclamare il Vangelo nella sua genuina radicalità, sarebbero meno smarrite ed impotenti di fronte a questo scenario. Poi la Provvidenza ha voluto, che i Vangeli di lunedì e martedì di questa settimana (Lc 6,1-5 e Lc 6,6-11) ci presentassero Gesù trasgressore della Legge, per fare il Bene dei suoi interlocutori.
Chissà se, in qualche misterioso piano della Provvidenza, anche Vannacci & company sono apparsi per farci meditare meglio quel Vangelo, nel quale, almeno a parole, diciamo di credere…
Pe. Marco
