

Il tempo Pasquale si è concluso, ma la festa di Pentecoste se da una parte dà a compimento la gioia della Risurrezione con il dono dello Spirito Santo, dall’altra ci rilancia nel nuovo periodo liturgico, detto appunto “tempo dopo Pentecoste”. Nella nostra Comunità quasi a cerniera tra questi duetempi abbiamo celebrato la Festa delle Genti ospitando Cristiani provenienti da ogni parte del mondo e residenti ormai nelle terre della nostra zona pastorale di Lecco. La giornata, che nelle prossime pagine troverà ampio spazio, ha lasciato nel cuore di molti una gioia profonda e anche molte provocazioni. Come potremmo portare avanti quanto sperimentato nella festa e nellapreparazione della stessa? Come potremo assecondareciò che lo Spirito ci ha suggerito? Come non lasciar cadere tutta la bellezza delle relazioni e fraternità che si sono create? Come, insomma, continuare non solofare “la festa delle genti”, ma diventare “Chiesa dallegenti” nella normalità? Le risposte non sono immediate, richiedono tempo,confronto e discernimento, ma trovo nella riflessionedi don Tonino Bello, che riporto di seguito, qualche spunto interessante. Pentecoste è una festa difficile. Ma non perché lo Spirito Santo, anche per molti battezzati e cresimati, è un illustre sconosciuto. È difficile, perché provoca l’uomo a liberarsi dai suoi complessi. Tre soprattutto, che a me sembra di poter individuare così.
Il complesso dell’ostrica
Siamo troppo attaccati allo scoglio. Alle nostre sicurezze.
Alle lusinghe gratificanti del passato. Ci piace
la tana. Ci attira l’intimità del nido. Ci terrorizza l’idea
di rompere gli ormeggi, di spiegare le vele, di avventurarci
sul mare aperto. Se non la palude, ci piace lo
stagno.
Di qui, la predilezione per la ripetitività, l’atrofia per
l’avventura, il calo della fantasia.
Lo Spirito Santo, invece, ci chiama alla novità, ci invita
al cambio, ci stimola a ricrearci.
C’è poi il complesso dell’una tantum
È difficile per noi rimanere sulla corda, camminare sui
cornicioni, sottoporci alla conversione permanente.
Amiamo pagare una volta per tutte. Preferiamo correre
soltanto per un tratto di strada. Ma poi, appena trovata
una piazzola libera, ci stabilizziamo nel ristagno
delle nostre abitudini dei nostri comodi. E diventiamo
borghesi.
Il cammino come costume ci terrorizza. Il sottoporci
alla costanza di una revisione critica ci sgomenta. Affrontare
il rischio di una itineranza faticosa e imprevedibile
ci rattrista.
Lo Spirito Santo, invece, ci chiama a lasciare il sedentarismo
comodo dei nostri parcheggi, per metterci sulla
strada subendone i pericoli. Ci obbliga a pagare,
senza comodità forfettarie, il prezzo delle piccole numerosissime
rate di un impegno duro, scomodo, ma
rinnovatore.
E c’è, infine, il complesso della serialità
Benché si dica il contrario, noi oggi amiamo le cose
costruite in serie. Gli uomini fatti in serie. I gesti promossi
in serie. Viviamo la tragedia dello standard, l’esasperazione
dello schema, l’asfissia dell’etichetta. C’è
un livellamento che fa paura. L’originalità insospettisce.
L’estro provoca scetticismo. I colpi di genio intimoriscono.
Chi non è inquadrato viene visto con diffidenza.
Chi non si omogeneizza col sistema non merita
credibilità. Di qui, la crisi della protesta nei giovani, e
l’estinguersi della ribellione.
Lo Spirito Santo, invece, ci chiama all’accettazione del
pluralismo, al rispetto della molteplicità, al rifiuto degli
integralismi, alla gioia di intravedere che lui unifica e
compone le ricchezze della diversità.
Cari fratelli, la Pentecoste di questo anno vi metta nel
cuore una grande nostalgia del futuro.
Forse la Festa delle genti ha raggiunto il suo vero
obiettivo se ha raggiunto il nostro cuore. I complessi di
cui parla don Tonino Bello penso che li comprendiamo
bene. Sta a noi assecondarli o voler costruire il futuro.
Anche (e soprattutto) se è impresa difficile lo Spirito ci
illumini, come singoli e come comunità.
Don Giovanni
