
Se crediamo realmente, che il Signore Risorto è presente nella storia, dobbiamo avere il coraggio di attraversare i deserti e le steppe di oggi con l’unica certezza che abbiamo: il Vangelo di Gesù
“Ci siamo inoltrati nell’età selvaggia, del ferro e del fuoco. Il 30% degli italiani adesso ha una convinzione inaudita: le autocrazie sono più adatte allo spirito dei tempi. Il Grande Debito inaugura il secolo delle società post-welfare. L’Italia spende più per interessi (85,6 miliardi) che per investimenti (78,3 miliardi): superano dieci volte le risorse destinate alla protezione dell’ambiente (7,8 miliardi). Il lungo autunno industriale rischia di scivolare nel gelido inverno della deindustrializzazione (non basta l’antidoto del riarmo). E sale la febbre del ceto medio, nonostante l’arte arrangiatoria degli italiani. Ecco la vertigine e la speranza di un popolo che, con i barbari alle porte, non prende alloggio al «Grand Hotel Abisso»: non si abbandona alla profezia dell’apocalisse e sceglie il piacere”.
Comunicato stampa per il 59° Rapporto del Censis
Confesso che in questi giorni non sono molto in condizioni per scrivere; però ho trovato degli interessanti parallelismi tra la condizione degli Ebrei a Babilonia, descritta dalla prima lettura della Liturgia (Is 40,1-11) e gli scenari emersi da questa pregevole indagine sullo stato reale (non strumentale) dell’Italia e degli italiani.
Il testo di Isaia fa riferimento al popolo d’Israele, che, dopo aver ricevuto l’Editto della liberazione dalla schiavitù babilonese, non vuole mettersi in marcia per tornare nella terra di Canaan. Troppo è lo sconforto e lo smarrimento per l’esilio causato dai propri peccati. Eppure, Israele, come noi, fa fatica a fare un’analisi realistica e autocritica delle scelte, che l’hanno portato fino allo stato in cui si trova. Così i deportati se ne stanno lì tristi sui fiumi di Babilonia, senza alcuna prospettiva di futuro.
Il clima è più o meno lo stesso, che respiriamo noi: basta vedere i risultati del Rapporto Censis sopra citato. Ma quel che è peggio è che la Chiesa nel suo insieme, il clima ecclesiale prevalente, non i singoli casi meritevoli, è/siamo perfettamente in linea con questo clima socioculturale.
Aria di crisi, di disfattismo, grandi elenchi dei mali del mondo, per arrivare sempre alla solita rassegnazione, in attesa che passi questo nostro tempo e magicamente Dio intervenga, faccia qualche miracolo, per toglierci dallo stato in cui siamo. I pochi entusiasti, che hanno una certa visibilità ecclesiale, normalmente propongono l’usato passato, riproposto con maggior forza, grazie all’uso dei midia; ma di tentativi nuovi, di nuove sperimentazioni, per tradurre, incarnare il Vangelo, dentro questi nuovi, difficili contesti, poco o nulla. Se voi li conoscete, fatemeli incontrare…
In questo contesto la parola profetica è inequivocabile: “Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che la sua tribolazione è compiuta… Nel deserto preparate la via al Signore, spianate nella steppa la strada per il nostro Dio. Ogni valle sia innalzata, ogni monte e ogni colle siano abbassati; il terreno accidentato si trasformi in piano e quello scosceso in vallata. Allora si rivelerà la gloria del Signore e tutti gli uomini insieme la vedranno”.
Cosa significano per noi queste parole? Che non dobbiamo rinchiuderci nei nostri ambienti e piangerci addosso, perché il mondo è brutto e cattivo. Anche noi, come Israele a Babilonia, dobbiamo uscire, non per prendere l’autostrada, con il monovolume ad aria condizionata, l’autogrill…
No. Se crediamo realmente, che il Signore Risorto è presente nella storia, dobbiamo avere il coraggio di attraversare i deserti e le steppe di oggi con l’unica certezza che abbiamo: il Vangelo di Gesù; per costruire assieme agli uomini e alle donne di oggi quelle risposte ai vari problemi, che nessuno ha già in tasca e richiede spesso laceranti riconoscimenti degli errori passati.
Questo ci è chiesto e questo dobbiamo fare, se vogliamo vivere e non morire…
Pe. Marco
