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Rignano Garganico, l’ipocrisia di Stato

Posted on 17 Agosto 202617 Agosto 2026 By Robireggio Nessun commento su Rignano Garganico, l’ipocrisia di Stato

Come vi accennavo, per questa mie “ferie” ho voluto venire qui nella Capitanata pugliese, per conoscere più da vicino questo scandalo a cielo aperto: le baraccopoli di Rignano Garganico e di Borgo Mezzanone.

Prima d’ora non avevo avuto contatti con queste due realtà, se non attraverso quel poco che ci viene trasmesso dai mass-media. Purtroppo questa realtà, essendo uno specchio privilegiato della nostra società (il famoso sguardo dalle periferie…), richiederebbe molto più tempo ed esperienza, per poter dire qualcosa di significativo su di essa. Pertanto le mie sono poco più che annotazioni di viaggio, una sorta di diario dell’anima condiviso con voi.

Il primo dato significativo, che voglio condividere, è questa realtà della Caritas foggiana, ben lontana dalla Caritas ambrosiana e molto più simile alle mie Pastorali Sociali maranhensi; ma il dato certamente significativo è che la Direttrice, Khady Sene, è un’italiana nata da una famiglia senegalese e giunta in Italia a diciannove anni.

Essendomi paracadutato qui al di fuori dei canali clericali, la programmazione dell’esperienza avviene di pari passo con la nostra conoscenza reciproca. E così, dopo una certa attesa, venerdì sul finire della mattinata e dopo aver incontrato velocemente l’arcivescovo Mons. Ferretti, Khady e Vincenzo, altro operatore Caritas, mi hanno portato a vedere Rignano Garganico.

L’insediamento, simile a quelli dei contadini schiavi nelle fazendas più che alle favelas di Rio de Janeiro, si trova ad una ventina di minuti d’auto dal centro di Foggia. La durata del tragitto, più che dalla lunghezza, dipende dalle strade, che uscendo dalla città  diventano sempre più maranhensi, al punto che diversi passaggi si devono affrontare in prima e seconda marcia, fino a quando l’asfalto scompare e diventano sterrate; esattamente come nell’interno del  Maranhão… E pensare che Foggia, se non fosse per il caldo di questi giorni, è davvero una città ordinata ed a misura d’uomo.

Alla periferia/ingresso della baraccopoli c’è  un nucleo a sé stante; mi dicono essere un agglomerato maliano, che ha scelto di stare separato dagli altri gruppi etnici. L’ingresso  vero e proprio nello slum è segnato da due fila di macchine di tutti i tipi, tra le quali è difficile identificare quelle funzionanti, da quelle usate per estrarre pezzi di ricambio. Khady e Vincenzo mi dicono, che una volta avendo bucato una gomma; in men che meno si sono ritrovati con la stessa pienamente restaurata e funzionante.

Lasciamo l’auto in una sorta di grande parcheggio, dove sostano decine di auto. Questo parking improvvisato è chiuso da un lato da un mega tendone con la scritta “Ministero degli Interni-Protezione civile”. Pare sia stato montato durante il Covid…

Un altro lato del parcheggio è  delimitato da qualche decina di container con il condizionatore, donati a suo tempo dal Card. Krajewski, elemosiniere di Papa Francesco. Quando la Regione Puglia di Emiliano seppe della donazione, per non passare in secondo piano, organizzò l’assegnazione tramite regolare bando di concorso. Con quali criteri abbiano indetto il bando in questo territorio dell’illegalità, solo Dio lo sa… Oltre i container si trovano quattro grosse casse d’acqua più o meno potabile, regolarmente riempite da autocisterne della Regione Puglia.

Il restante dell’accampamento è un intrecciarsi caotico di baracche, strade di varie dimensioni, piccoli spacci, bar, oggetti di tutti i tipi, usati e da usare. C’è  anche una discoteca, che oltre a far ballare, offre altri servizi meno nobili e molto più antichi… Al nostro arrivo si materializza con aria indifferente il proprietario della stessa: l’unico bianco, oltre a me e Vincenzo, in questo dipartimento africano in Italia.

Mentre camminiamo tra questa umanità sorridente nonostante questa umiliazione, Khady saluta, sorride, lancia messaggi in italiano, in francese, in wolof. Le richieste sono sempre le stesse e sono sempre paradossalmente banali, se non fosse, che da esse dipende la vita di queste persone. Il ciclo mortale, diabolicamente pianificato attraverso l’uso della legge, è sempre lo stesso.

La persona per svariati motivi, normalmente occasionali e accidentali, ha visto scadere il permesso di soggiorno.  Se questo dettaglio viene a coincidere con la fine di un lavoro a tempo determinato, inizia la discesa negli inferi e nella clandestinità, perché per un qualsiasi controllo del biglietto del treno, ci si può tranquillamente ritrovare in un CPR nel giro di poche settimane. Pertanto queste baraccopoli diventano una sorta di terra di nessuno, dove sfuggire alla prigione o al rimpatrio, e dove è possibile sopravvivere biologicamente. Ora che l’Europa ha messo definitivamente il suo sigillo su queste leggi razziali, questo quadro potrà solo peggiorare.

Come me molti di voi forse non si capacitano, perché lo Stato, con una normalissima azione di polizia, non circonda il campo e non risolve i problemi con l’espulsione, o con la regolarizzazione. In fondo li ha tutti lì riuniti, un migliaio circa, senza neanche disturbare la quiete cittadina.

L’osservazione è più che legittima, ma non tiene conto del fattore principale: se eliminano queste e le altre centinaia di migliaia di braccia a costo quasi zero, come possiamo produrre pomodori, peperoni, olive, uva e quant’altro, in modo da competere con la verdura prodotta dagli altri schiavi, quelli rimasti a casa loro?

Contrariamente a quanto si dice comunemente, qui lo Stato c’è ed è chiaramente presente. Peccato abbia scelto di stare dalla parte sbagliata, dalla parte di quel capitalismo neoliberale, sempre più spietato e nelle mani di pochi oligarchi ricchissimi, che decidono le sorti del 90% dell’umanità. Quella di Rignano Garganica, come quella di Korogocho, di Kibera, della Rocinha o di qualsiasi altra favela è solo la parte più debole e sofferente.

                                                                                    Pe Marco

2026

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