all’inizio di questo avvento che ci prepara alla venuta di Gesù nel Santo Natale, don Marco ci offre due piste da seguire. La prima è di annunciare il Vangelo parlando chiaro e la seconda è alla luce del vangelo chiederci “E noi che cosa dobbiamo fare?”.

Il Vangelo di questa domenica Mt 3,1-18 mi pare sia un esempio emblematico, per spiegare il significato di questa parola di origine greca, parresia appunto. Etimologicamente indica un parlare chiaro, trasparente, senza fronzoli, o giri di parole. Come ho già richiamato più volte, anche all’interno della grande questione del momento, la sinodalità, perché avvenga l’ascolto dello Spirito e il camminare assieme, occorre innanzitutto “dar voce allo Spirito”; e lo Spirito parla soprattutto attraverso il fratello e la sorella, quando con franchezza e trasparenza dicono la loro lettura della realtà. In altre parole, lo Spirito parla nel mondo, soprattutto se ogni essere umano, in primis i cristiani, dicono con franchezza e trasparenza cosa pensano su tutto ciò che vedono scorrere davanti a loro. Il che è ben altro rispetto al parlare di pancia…
Tornando al Vangelo, queste annotazioni mi sono tornate alla mente confrontando il linguaggio franco, trasparente, fin troppo duro del Battista, con il nostro linguaggio ecclesiale ed ecclesiastico dominante. Quale predicatore potrebbe usare oggi questo linguaggio? Eppure Luca, concludendo questo brano annota: “Con molte altre esortazioni Giovanni evangelizzava il popolo”. In altre parole, l’evangelizzazione, l’annuncio del Vangelo avviene sempre dentro questa bipolarità complementare: la denuncia degli atteggiamenti e delle strutture di peccato, contrari alla logica del Regno, e la proposta/annuncio di un modo di vivere alternativo, anche se originario, quello fondato sull’unica paternità/signoria divina e sulla radicale fraternità tra tutti gli esseri umani.
Purtroppo nel sentire comune, evangelizzare, annunciare la Buona Novella, lo identifichiamo facilmente con un linguaggio accomodante, soft, in generale in sintonia con l’immagine di Dio che ci siamo costruiti.
Mi sia permesso qui raccontare un piccolo aneddoto personale. In una di queste domeniche, correndo tra una Messa e l’altra, incrocio tre sante donne, che dopo una mia Celebrazione mi chiedono spiegazioni, circa un’iniziativa del nostro Avvento di Comunità pastorale. Ad un certo punto una delle tre, dopo i soliti ambigui convenevoli (mi scusi, sa volevo dirle, ma non si offenda…), mi dice: “Sa, la sua predica era molto bella, ma un po’ lunga”; al che senza mezzi termini ho risposto: “Non si preoccupi, non mi offendo affatto. Anzi! Però le dico francamente che non farò quanto mi chiede, perché per me la predica deve puntare ad altro, non al rispetto degli otto minuti bergogliani…”.
Dopo esserci salutati, vedo arrivare una signora con una situazione esistenziale complicata; allora l’aspetto, per chiederle come va. Dopo un frettoloso “va bene”, spontaneamente si premura di ringraziarmi della bellissima predica, ne riprende i passaggi salienti e la collega a quella della domenica precedente, che io stesso non ricordavo più nei dettagli.
Dal momento che queste settimane sono molto difficili per me, mentre correvo a celebrare l’altra Eucaristia, non ho potuto non ringraziare il Signore, per questo piccolo segno di conferma e d’incoraggiamento.
Per chi volesse approfondire la questione, raccomanderei la meditazione della prima lettura di venerdì 21 (Ez 3,16-21), per ricordarci la responsabilità, che ha davanti a Dio ogni annunciatore della Parola, sia egli prete, vescovo, catechista, teologo, o quant’altro. La Parola è di Dio, non nostra. La sua forza è intrinseca ed è legata alla nostra accoglienza fiduciosa, ben sapendo che è sempre più grande e più ricca delle nostre realizzazioni.
Invece annacquarla, addolcirla, per adattarla alle pretese ed alle precomprensioni degli uditori, significa svilirla, svuotarla, ridurla a pie meditazioni umane e come tale toglierle la sua caratteristica più preziosa: la divinità, l’essere Parola di Dio.
Invece non possiamo non notare come nel Vangelo indicato, il linguaggio veritiero del Battista suscita la responsabilità dei suoi ascoltatori: “E noi che cosa dobbiamo fare?”.
Mi pare che questa domanda sia la più radicale, che possa guidarci nel vivere autenticamente questo Avvento. Infatti, la sempre più devastante onda consumistica rischia di travolgerci in un’ossessiva e frenetica preparazione di riti e tradizioni ormai paganizzati.
Questa domanda, se vissuta quotidianamente, può aiutarci a riconoscere quei piccoli, o grandi cambiamenti, necessari per fare nostro lo stile di vita di Gesù di Nazareth. Così Egli, anche oggi, viene e vive in noi.
Sempre che qualcuno ci annunci con parresia la Sua Parola…
pe. Marco
