
La liturgia di questa Quinta Domenica di Quaresima è tutta costruita attorno alla verità centrale della nostra Fede cristiana: Gesù di Nazareth è la Vita Eterna, la Vita autentica e definitiva, che attraversa e vince la stessa morte biologica. Siamo ormai prossimi al grande Mistero pasquale.
D’altro canto, come ho ripetuto più volte in queste settimane, se ci fermiamo all’idea suggerita dalla formulazione dogmatica, se ci fermiamo all’adesione mentale a questa affermazione, compiamo un’azione corretta, ma insufficiente. Infatti tutte le idee, per corrette che possano essere, se non innescano un agire conseguente, sono del tutto inefficaci, perché non cambiano la realtà.
Anche nel caso di Gesù e del suo Vangelo tutto ciò vale all’ennesima potenza. Da qui possiamo capire, perché gran parte della nostra liturgia e della nostra catechesi sono sostanzialmente inefficaci: perché continuano trasmettere e a celebrare soprattutto delle belle idee.
Anche le letture di questa Domenica ambrosiana, soprattutto la prima lettura (Es 14, 15-31) ed il Vangelo (Gv 11, 1-53), mettono in luce chiaramente come l’azione divina può dispiegarsi, può dare la vita, nel momento in cui l’agire umano accetta di cambiare prospettiva, risponde e interagisce con una parola, la Parola di Dio, che lo interpella e gli chiede di agire diversamente.
Questo succede nel Vangelo, dove Gesù fa regolarmente il contrario, di ciò che farebbero i suoi discepoli e, alla fine, chiede anche alle sorelle di Lazzaro un cambio di prospettiva; laddove le due poverette erano già entrate nella fase del lutto. Però sappiamo, che le forzature teologiche del Vangelo di Giovanni non sempre ci permettono di cogliere questo dinamismo esistenziale, relazionale.
Personalmente ritengo molto più efficace il brano di Esodo, se non altro per la consonanza drammatica con noi (Israele cerca di uscire da una situazione di oppressione) e perché non è costruito sulla presenza fisica di Gesù.
Senza ripercorrere le coordinate di fondo di questo libro, è interessante come il nostro brano inizi con questo rimprovero di JHWH a Mosè, il grande profeta liberatore (anche se il rimprovero sarebbe diretto al popolo…). In ogni caso Israele, assieme al suo leader Mosè, va in crisi nel momento più drammatico e chiede a JHWH che faccia un miracolo per loro. Ma JHWH, o Gesù, non può dare la Libertà, o la Vita, se il nostro agire non è in sintonia con il Suo. E’ attraverso le scelte e le decisioni degli uomini, che la potenza di Gesù entra e cambia la Storia. E’ in questo senso che dobbiamo intendere il richiamo di JWHW: “Perché gridi verso di me? Ordina agli Israeliti di riprendere il cammino. Tu intanto alza il bastone, stendi la mano sul mare e dividilo, perché gli Israeliti entrino nel mare all’asciutto”.
Anche gli Israeliti, come noi, dicono al Signore cosa deve fare; anzi ai nostri occhi possono apparire come gente di Fede, perché gridano al Signore la loro paura e la loro impotenza. In realtà, quel grido e quelle preghiere rivelano tutta la loro mancanza di Fede, la poca fiducia nel Signore che combatte con loro. Anche loro, come noi, rimangono dentro una visione pagana, nella quale il divino è sempre lontano e fuori dalle nostre vicende umane. Tutt’al più interviene capricciosamente per soddisfare qualche suo gusto stravagante.
Invece Israele imparerà proprio dalla vicenda dell’Esodo, quanto il Signore sia all’opera nelle vicende della Storia. La concretezza della Vita è il luogo del suo agire ed apparire, seppur con logiche totalmente diverse dalle nostre. Lui guarda ogni vicenda a partire dagli ultimi e dagli oppressi, non perché siano a priori migliori degli altri, bensì perché l’oppressione e l’ingiustizia sono contrarie alla logica del suo regno, il Regno di Dio. Tanto è cristallina questa logica divina, che se per caso l’oppresso si dovesse trasformare in oppressore, JHWH si opporrà a lui, per difendere e riscattare la nuova vittima.
Il tutto non senza il protagonismo del povero e dell’oppresso. Anzi, come attesta inequivocabilmente la vicenda dell’Esodo, Lui non può operare e trasformare la Storia, se le vittime non si mettono in gioco per la loro liberazione, contando fiduciosamente nel Suo intervento provvidenziale.
In altre parole le vicende della Vita, soprattutto quelle più drammatiche e conflittuali, sono un’occasione preziosa per saggiare la nostra relazione con Lui.
Di fronte alle tragedie in atto ed alla deriva della democrazia, da diverso tempo mi chiedo, se abbia senso il nostro prevalente “gridare a Dio”, perché ci salvi; soprattutto se questo grido non è accompagnato dal grido, perché ci indichi che cosa noi possiamo fare, per resistere e combattere questo disordine voluto dai potenti di questo mondo. Purtroppo, noi occidentali interpretiamo sempre tutto in una prospettiva individualistica. E così l’affermazione “che cosa noi possiamo fare” la interpretiamo di fatto come un “io posso fare”; tant’è, che ad ogni allargarsi delle guerre e delle violenze appaiono in internet i signori della tastiera, che invitano a verificare se “io ho alzato la voce; io ho saputo perdonare; io ho mediato un conflitto; io ho rinunciato a rivendicare qualche cosa ecc…”. Tutto ciò va bene, ma non basta. Parafrasando il famoso principio scientifico, questa è una condizione necessaria, ma non sufficiente… Perché la somma degli individui non fanno una Comunità, politica o religiosa che sia.
Restringendo questa mia riflessione all’ambito ecclesiale, penso sia importante far risuonare qualche domanda: che cosa abbiamo fatto e stiamo facendo come Comunità cristiane di fronte a questa crisi? Quando ci siamo riuniti per rileggere assieme questi eventi e decidere qualche azione comune? Al di là delle poche e vaghe preghiere per la Pace, come e quanto le nostre Liturgie sono attraversate dalla tragedia in atto, accanto all’annuncio perenne che Cristo ha vinto la morte?
E mi fermo qui per ovvi motivi…
Però, non posso non concludere questa riflessione, esternando la mia profonda convinzione, che la Pace non verrà, finché anche noi, Comunità cristiane, non vinciamo le nostre paure, di attraversare il Mar Rosso delle ingiustizie e delle violenze in atto, per porre i nostri corpi e le nostre vite a difesa delle vittime.
Pe. Marco
