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Gli esseri umani non possono vivere senza senso!

Posted on 3 Ottobre 20263 Ottobre 2026 By admin Nessun commento su Gli esseri umani non possono vivere senza senso!

la riflessione di don Marco prende spunto dalla visita del papa a Parigi con un’attenzione speciale sulla domanda sul senso della vita

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Anche questa settimana penso sia bene, che io faccia un passo indietro, per far risuonare e decantare in noi alcune parole significative, pronunciate da Papa Leone nel corso del recente viaggio in Francia. In particolare, ho attinto al denso messaggio pronunciato nella sede dell’UNESCO a Parigi e a quello pronunciato a Metz durante l’Incontro interreligioso. Ci sarebbero altri passaggi significativi da ricordare, ma lo spazio di questa riflessione non me lo permette. Per chi volesse, vale certamente la pena leggere il discorso pronunciato presso l’Accueil Notre-Dame e presso il Centro d’accoglienza “Bakita”.

Del Discorso pronunciato all’UNESCO, merita un’attenzione speciale la domanda sul senso della vita, posta in un contesto, che l’aveva ormai relegata nella sfera della vita privata. Questa emarginazione però, se da un lato non ha potuto sopprimere la voce delle nostre coscienze, in perenne ricerca di un senso per tutto ciò che facciamo; dall’altro ha consegnato l’umanità in balia di idoli sempre più voraci e spietati, che esigono da noi sacrifici inimmaginabili.

E quasi da pendant, concludendo il viaggio a Metz, ha ripreso una grande intuizione di Papa Francesco, che invitava tutte le religioni ad un dialogo costruttivo, per testimoniare al mondo, che la domanda sul senso della vita trova la sua risposta nella Trascendenza, in quel Mistero che chiamiamo Dio.

Pe. Marco

“Costruire insieme un mondo giusto è, infatti, il fondamento stesso della cooperazione internazionale. Le nostre esperienze, abilità e competenze sono volte a edificare uno spazio accogliente verso tutti e fecondo per ciascuno, affinché ogni popolo possa crescere nella pace.

Le iniziative dell’UNESCO, apportando il proprio contributo al dialogo tra le nazioni, al fine di sostenere un autentico sviluppo umano, che è tale solo quando è orientato «alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo» (S. Paolo VI).

Nessuna educazione è completa se non affronta la questione del senso. Nello stesso discorso, san Giovanni Paolo Il ci ricordava: educare significa aiutare l’uomo a «essere» di più e non solo ad «avere» di più, riconoscendo anche in lui quella trascendenza della persona che appartiene alla pienezza della sua umanità. Che cosa significa essere umani?

Anzitutto, l’uomo è colui che viene concepito e nasce: essere umani significa dunque, in primo luogo, essere figli. Nessuno di noi ha scelto di esserlo. Nessuno ha deciso da chi, o quando, o dove nascere. Questa evidenza illumina un fatto non solo biologico, ma etico: come figli, siamo tutti fratelli e sorelle. La nostra umanità è da subito un dono e una prova, una promessa e una responsabilità. Per tutti gli esseri umani, la generazione comporta un legame originario, una comunione di vita che ha nella famiglia la sua sorgente e il primo contesto educativo. In secondo luogo, tutti nasciamo nudi e bisognosi. Siamo poveri per nascita: indigenti di pane e di parola, di cura e di affetto, cioè di tutto quel che nutre il corpo e lo spirito. Lo sappiamo bene, eppure diventando adulti rischiamo di dimenticarcene. E delle maggiori conseguenze di questa amnesia soffrono proprio i bisognosi, ogni volta che la loro umanità viene tradita o scartata, sfruttata o ingannata.

In terzo luogo, dunque, fare memoria della nostra comune umanità significa riconoscere che essa è magnifica, cioè piena di potenzialità, seppur segnata da molti mali e ingiustizie. Questa bellezza ha un nome: giustizia. Si, la libertà è bella quando è orientata verso il bene e la verità; è deturpata quando scivola nell’arbitrio, nella violenza e nella sete di potere.

«Poiché le guerre nascono nello spirito degli uomini, è nello spirito degli uomini che devono essere poste le difese della pace» (Costituzione dell’UNESCO, Preambolo, 1945). La pace è vera quando scaturisce dalla virtù della giustizia più che da un mero contratto, da una volontà retta piuttosto che da un instabile equilibrio di interessi. Infatti, solo una volontà retta può riconoscere nell’altro un fratello 0 una sorella, una persona come sé stessi.

A questo proposito, vorrei attingere due immagini dalla Bibbia, il grande codice culturale dell’umanità: la torre di Babele e la piazza di Pentecoste. Oggi, la tentazione di Babele si ripresenta in una globalizzazione perseguita senza fraternità, nell’avido colonialismo finanziario, nelle imposizioni ideologiche, in tutti quei «contatti senza legami» che riducono la vita umana al commercio… La corruzione della cultura di cui stiamo parlando viene riscattata sulla piazza di Pentecoste. L’insegnamento biblico ci indica cosi la via per raggiungere ciò che tutti noi cerchiamo: «quell’unità che non annulla le differenze, ma valorizza la storia personale di ciascuno e la cultura sociale e religiosa di ogni popolo.

Dal Discorso tenuto all’UNESCO

“Dialogare non sminuisce la nostra identità, ma la esprime con semplicità e verità aprendosi alla diversità dell’altro. Come diceva il mio predecessore, Papa Francesco: «Il dialogo tra persone di religioni differenti non si fa solamente per diplomazia, cortesia o tolleranza. L’obiettivo è di stabilire amicizia, pace» (Lett. enc. Fratelli tutti, 271). Prima di lui, il santo Papa Giovanni Paoln Il considerava il dialogo come un’esigenza intrinseca alla natura stessa dell’uomo (cfr Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace. 10 gennaio 2001, IO) Secondo Paul Ricœur, è la via attraverso la quale riconosciamo l’alterità come una promessa e non come una minaccia; è un’arte dell’incontro di cui il nostro mondo ha grande bisogno, agli antipodi dell’aggressività e della violenza.

Infatti, invocare il nome di Dio per legittimare la violenza o l’oppressione costituisce una profanazione di questo nome.

Cari amici, «la Chiesa considera compagni di viaggio tutti coloro che cercano sinceramente la verità, la bontà, la bellezza» (Lett. enc. Magnifica humanitas, 23). Vi ringrazio ancora una volta per la vostra vicinanza e la vostra presenza. Che l’infinita bontà di Dio e la sua saggezza ci accompagnino e ci insegnino a vivere sempre più come suoi figli e come fratelli e sorelle gli uni per gli altri. E che cosi possiamo essere, là dove viviamo, artigiani di pace e testimoni di una speranza che non cessa di crescere nel nostro mondo”.

Dal Discorso all’Incontro Interreligioso-Metz

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