Skip to content
  • l’Associazione
  • Contattaci
  • SOSTIENICI
  • Statuto
  • Relazione attività 2025
  • Italiano
  • Português
Camminando con Don Marco

Camminando con Don Marco

"La verità vi farà liberi" Gv 8,32

  • Lo sguardo di don Marco
  • La Chiesa in cammino
  • Popoli in cammino
  • Economia e politica
  • In cammino con l’arte
  • Dossier di don Marco
  • Toggle search form

Quando lo straniero interroga la democrazia

Posted on 4 Settembre 20264 Settembre 2026 By admin Nessun commento su Quando lo straniero interroga la democrazia

La riflessione è di Márcia Rosane Junges, docente di Filosofia presso l’Università di Vale do Rio dos Sinos (Unisinos) e giornalista del team di comunicazione dell’Istituto Humanitas Unisinos (IHU).

Ecco l’articolo.

C’è una figura che le democrazie contemporanee sembrano incerte su come collocare: quella dello straniero. Arriva dall’esterno, attraversa i confini, destabilizza il senso di appartenenza e introduce un interrogativo scomodo all’interno di comunità che si consideravano politicamente costituite: chi ha il diritto di appartenere? È proprio da questa figura liminale, il migrante, il rifugiato, lo straniero, che la filosofa italiana Donatella Di Cesare ha sviluppato una delle critiche più incisive alla politica contemporanea.

Questa prospettiva sarà al centro del Ciclo di Studi “Rifugiati e Democrazia: Accoglienza, Immunizzazione e Giustizia”, ??che vedrà la partecipazione della ricercatrice italiana, docente presso l’Università di Roma La Sapienza, presente di persona presso il campus Unisinos di Porto Alegre, in collaborazione tra il PPG Philosophy Unisinos e l’Instituto Humanitas Unisinos – IHU, il 25, 26 e 27 agosto. Più che affrontare la cosiddetta “questione migratoria”, la proposta solleva un interrogativo più ampio: cosa accade alla democrazia quando la protezione di alcuni si trasforma nell’esclusione di altri?

La questione è cruciale perché, per Di Cesare, la migrazione non è semplicemente un fenomeno sociale da gestire con politiche pubbliche, statistiche o dispositivi di sicurezza. Tocca il nervo scoperto della politica moderna. Come ha affermato in una recente intervista con l’IHU, la migrazione mette radicalmente in discussione categorie come Stato, sovranità, confini e cittadinanza. Il migrante, proveniente dall’esterno, rivela che ciò che sembrava naturale – la divisione tra cittadini e stranieri, tra chi appartiene e chi non appartiene – è, in realtà, una costruzione storica e politica.

Ecco perché lo straniero è destabilizzante. Non solo perché arriva, ma perché mette in discussione. La sua presenza rivela la natura contingente dei confini, mette in discussione la pretesa di proprietà sul territorio e costringe la comunità politica a confrontarsi con la propria definizione di appartenenza.

Lo straniero come specchio della democrazia

In *Residenti stranieri: una filosofia delle migrazioni*, opera divenuta un punto di riferimento centrale nel suo pensiero, Di Cesare cambia radicalmente prospettiva: invece di chiedersi come gli Stati possano gestire i migranti, si interroga su cosa la presenza dei migranti riveli sugli Stati stessi. Il migrante, scrive la filosofa in un articolo pubblicato da IHU, non è un dato biologico, ma un soggetto esistenziale e politico. Da ciò emerge la necessità di considerare un possibile *ius migrandi*, un diritto a migrare, proprio in un mondo in cui il crollo dei diritti umani rende sempre più urgente interrogarsi sul senso stesso dell’ospitalità.

Questa inversione è filosoficamente potente. La migrazione cessa di essere presentata come un “problema” esterno alla politica e inizia a essere compresa come un’esperienza capace di rivelare i limiti dell’ordine politico stesso. Lo Stato-nazione moderno è in gran parte definito da un’operazione di delimitazione: c’è un interno e un esterno, cittadini e stranieri, appartenenza e non appartenenza. Ma il migrante oltrepassa proprio questa linea. È lui che dimostra che il confine non è solo una linea geografica: è anche una macchina politica per la distribuzione dei diritti.

Da qui l’importanza della figura dello “straniero residente”, apparentemente paradossale, ma centrale nella filosofia di Di Cesare. Si riferisce a coloro che abitano senza necessariamente possedere, che risiedono senza essere fondati sul mito dell’autoctonia, che partecipano alla comunità senza che la loro appartenenza sia ridotta a sangue, terra o nascita. In un’intervista pubblicata da IHU nel 2026, la filosofa ritorna su questa figura per affermare che la cittadinanza non dovrebbe fondarsi né sulla terra, né sul sangue, né sulla proprietà. La conseguenza è radicale: forse è necessario smettere di pensare alla comunità come a una proprietà.

Dall’ospitalità all’immunizzazione

È a questo punto che il secondo termine del ciclo, l’immunizzazione, acquista tutta la sua densità filosofica. Di Cesare ha mostrato come le democrazie contemporanee possano assumere una logica immunitaria: proteggono chi è dentro proprio esponendo o escludendo chi resta fuori. In un’intervista rilasciata durante la pandemia, ha richiamato l’attenzione sull’esistenza di una “democrazia dell’immunità”, in cui i confini funzionano come dispositivi per proteggere i cittadini da ciò che viene percepito come una minaccia esterna.

La metafora non è meramente sanitaria. Rimanda a una struttura politica. Immunizzare significa creare una barriera contro ciò che è considerato in grado di causare contaminazione. Quando questa logica viene trasposta in politica, lo straniero può trasformarsi nell'”agente esterno” da cui la comunità deve proteggersi. Il risultato è una trasformazione… Formazione silenziosa della democrazia: in nome della sicurezza, si moltiplicano confini, controlli, filtri, sorveglianza e meccanismi di esclusione. Il paradosso è che, nel tentativo di proteggersi in modo assoluto dall’altro, la comunità rischia di distruggere ciò che la costituisce.

L’ospitalità, in questo senso, rivela il suo volto inquietante: è sempre vicina all’ostilità. L’IHU ha già pubblicato un’analisi di questa tensione basata su Di Cesare, mostrando come il migrante smascheri la pretesa di naturalità dello Stato e lo costringa a confrontarsi con la propria costituzione storica. Forse è proprio qui che risiede la domanda più provocatoria del ciclo: è possibile una democrazia che non abbia bisogno di immunizzarsi contro lo straniero per preservare la propria identità?

Quando il confine cessa di essere solo una linea

La riflessione di Di Cesare acquista ancora maggiore rilevanza alla luce delle nuove forme di controllo sulle popolazioni migranti. I confini non sono più solo muri, recinzioni o linee cartografiche. Possono assumere la forma di database, sistemi di identificazione, sorveglianza, screening e classificazione. È a questo punto che il suo pensiero recente collega migrazione, tecnologia ed estrema destra. Nella sua intervista più recente con IHU, pubblicata nell’aprile 2026, Di Cesare definisce il “tecnofascismo” la forma emergente di un nuovo totalitarismo che articola la freddezza del controllo tecnico e algoritmico con l’impulso etnopolitico del sangue e dell’appartenenza.

Questa formulazione è particolarmente importante perché ci impedisce di immaginare l’autoritarismo contemporaneo semplicemente come una ripetizione del fascismo storico. Il pericolo attuale potrebbe derivare da una combinazione senza precedenti: da un lato, la politica viene svuotata dalla governance tecnica; dall’altro, la comunità si ricompone attorno a identità sempre più chiuse.

Il demos perde il suo kratos, mentre il popolo tende a ridursi a ethnos. La migrazione appare quindi come un punto di condensazione di queste due tendenze. Allo stesso tempo in cui il migrante viene trasformato in oggetto di gestione (registrato, classificato, monitorato e selezionato), può anche essere trasformato in un nemico, una minaccia all’identità nazionale. Il confine inizia a funzionare simultaneamente come dispositivo tecnico e come meccanismo identitario.

La questione del rifugiato si trasforma così in una questione che riguarda noi stessi: che tipo di democrazia stiamo costruendo quando la sicurezza esige costantemente la produzione di un esterno?

Il rifugiato e il “diritto ad avere diritti”

Qui il pensiero di Di Cesare trova un’interlocutrice fondamentale: Hannah Arendt. Analizzando la condizione dei rifugiati e degli apolidi, Arendt ha dimostrato che la perdita dell’appartenenza politica può significare qualcosa di ancora più profondo della perdita di diritti specifici: significa la perdita di quello spazio politico in cui i diritti possono essere effettivamente riconosciuti. Il rifugiato ha messo in luce il paradosso di un’umanità che proclama diritti universali, ma la cui realizzazione rimane dipendente dall’appartenenza a una comunità politica, dal concetto di cittadinanza.

Di Cesare riprende questo problema da una prospettiva filosofica delle migrazioni che sposta la questione al presente. Se è lo straniero a rivelare i confini costitutivi della comunità, allora accoglierlo non può ridursi a un gesto di benevolenza. Si tratta di ripensare i fondamenti stessi della cittadinanza. Pertanto, l’ospitalità non è solo una virtù individuale. È una questione di architettura politica.

E forse questa è una delle maggiori provocazioni del suo pensiero: non basta chiedersi come accogliere lo straniero; è necessario chiedersi quale trasformazione della comunità politica l’accoglienza richieda.

Tra paura e democrazia

La questione si fa ancora più urgente se osserviamo la crescita contemporanea dei movimenti nazionalisti di destra nella loro espressione esasperata. In diversi momenti della sua collaborazione con l’IHU, Di Cesare ha insistito sul fatto che l’estrema destra si nutre della costruzione di un “nemico” e di una concezione omogeneizzante della comunità nazionale. La difesa della nazione contro ciò che le è estraneo, siano essi migranti, rifugiati o altre forme di differenza, diventa un asse politico. In questo processo, la paura non è solo un sentimento sociale. Può diventare una tecnologia di governo.

Protezione promessa in cambio di chiusura. Sicurezza in cambio di sorveglianza. Identità in cambio di esclusione. E, a poco a poco, la democrazia può ridursi all’amministrazione di chi già ne fa parte, mentre chi resta fuori diventa una vita la cui vulnerabilità può essere naturalizzata.

È proprio contro questa naturalizzazione che si ribella la filosofia di Di Cesare. La sua riflessione si avvicina, in questo punto, anche a una concezione della democrazia come spazio di conflitto, dissenso e disobbedienza. In un articolo pubblicato da IHU, la filosofa sostiene che la disobbedienza civile non è una minaccia per la democrazia, ma può costituirne il “sale”. Quando una legge oltrepassa i limiti… Per il bene dell’umanità, l’obbedienza passiva cessa di essere una virtù democratica. La democrazia, quindi, non si riduce all’obbedienza alle regole esistenti. Deve mantenere aperta la possibilità di mettere in discussione le regole quando queste stesse producono esclusione.

Una filosofia per tornare a fare politica

Per questo la presenza di Donatella Di Cesare nel Corso di Laurea Magistrale in Filosofia di Unisinos e presso l’IHU va oltre il significato di attività accademica. Il suo pensiero invita la filosofia a tornare alla polis, non per offrire soluzioni tecniche ai problemi politici, ma per interrogare ciò che la politica solitamente presenta come scontato.

Chi può attraversare un confine? Chi può rimanervi? Chi ha diritto alla città? Chi può essere cittadino? Chi è riconosciuto come soggetto di diritti? Chi può essere considerato una minaccia? E, forse al di sopra di tutte queste domande: che tipo di comunità vogliamo costruire quando non possiamo più sostenere il mito che alcuni siano nati per appartenere e altri per rimanere esclusi?

Nella sua più recente intervista con IHU, Di Cesare insiste sul fatto che la filosofia debba tornare alla politica, non come ideologia o programma di partito, ma come esercizio di vigilanza su ciò che viene considerato inevitabile. La filosofia deve riaprire il possibile quando il presente si presenta come l’unico orizzonte.

È proprio questo gesto a rendere il ciclo di studi “Rifugiati e democrazia: accoglienza, immunizzazione e giustizia” particolarmente attuale, rilevante e formativo. Perché parlare di rifugiati significa, in definitiva, parlare di democrazia. Parlare di confini significa parlare di cittadinanza. Parlare di ospitalità significa interrogarsi sui limiti della comunità. Parlare di immunizzazione significa indagare su come la protezione possa trasformarsi in esclusione. E parlare di giustizia significa chiedersi se i diritti umani possano ancora essere definiti universali quando dipendono, per la loro esistenza concreta, da un confine che decide chi appartiene e chi no.

Forse il rifugiato è, dunque, molto più di colui che bussa alla porta. È colui che ci costringe a chiederci chi siamo dentro. È questa domanda scomoda, radicale e profondamente attuale che Donatella Di Cesare porta a Unisinos. Una questione che riguarda non solo chi attraversa i confini, ma il futuro dell’idea stessa di democrazia. E forse seguire questa riflessione significa, soprattutto, accettare che alcuni confini devono cessare di essere considerati naturali affinché la politica possa essere ripensata.

2026, Economia e politica

Navigazione articoli

Previous Post: Se l’animo è altrove…

More Related Articles

Che cosa c’entra l’IA con la povertà e la dignità umana 2026
Il cristianesimo in pillole 2026
La denatalità è figlia del benessere o a pesare sono le nuove disuguaglianze? 2025
I quattro migranti arsi vivi in Calabria e l’allarme per la piaga del caporalato 2026
Adorazione dei Magi 5 QUADRI NELL’ARTE 2026
La rivolta dei piloti israeliani 2025

Lascia un commento Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


diventa socioDownload

Gallery

DSCN9123 rom3 3 198589a3-ea84-4b5d-89d1-bbbb812327f0 670b919b-be6a-4cf6-8f1a-06773b9513ea bd24ee96-66f9-494f-b196-05796f93a319 WhatsApp-Image-2026-05-05-at-08.44.37 03

Siti consigliati

neodemos

Limes

Cinema e fede

Come se non

5 per mille

Osservatorio dei diritti

Osservatorio dei diritti

terrelibere.org

terrelibere.org

stranieriinitalia.it

stranieriinitalia.it

Login

  • Registrati
  • Password persa

Copyright © 2026 Camminando con Don Marco.

Powered by PressBook Green WordPress theme