“Carissima sorella Anna Maria, la forza viene da Dio: Egli solo può darla ed Egli ce la comanda, appunto perché ce la vuol dare. Prega molto e confida…
Il fanciullo presuntuoso, che confida nelle sue forze, dice: io sono bastante a passare questo fiume, spicca il salto e cade in mezzo; ma quell’altro, che si riconosce debole, ricorre a suo padre; il padre lo prende per mano e se lo mette sulle spalle. Il ragazzo, seduto sulle spalle del padre, attraversa il fiume ridendo…”
Lettera del 26 ottobre 1850

Questa settimana, mentre meditavo sull’impegnativo Vangelo “di Abramo” Gv 8,31-59, mi sono ritrovato a leggere contemporaneamente questa lettera del Beato Mazzucconi, nell’ambito delle celebrazioni per i 200 anni dalla sua nascita, avvenuta Rancio di Lecco il 1 marzo 1826, e morto martire in Papua Nuova Guinea nel 1855. Probabilmente avremo modo di riprendere qualche aspetto della sua missione e del suo martirio; ma oggi vorrei con voi riflettere su questa felice coincidenza con il testo su Abramo. In particolare penso valga la pena confrontare la Fede del martire Mazzucconi con la Fede di Abramo, che è al centro del brano evangelico. “Se foste figli di Abramo, fareste le opere di Abramo” sentiremo proclamare nelle nostre liturgie; ma in che cosa consiste la Fede di Abramo? E soprattutto, che cosa può dire a noi la Fede di un uomo vissuto più di 3.500 anni fa?
Benché penso sia ovvio per tutti i miei lettori, mi permetto di ribadire che la vicenda di Abramo ci è contemporanea, se non leggiamo quei racconti come una descrizione biografica dei fatti accaduti. Infatti, come ben sappiamo, i racconti del Genesi sono testimonianze sulla Fede di Abramo e degli altri Patriarchi. Detto ciò, perché Abramo lo riconosciamo come padre nella e della nostra Fede?
Esattamente perché in lui emergono le caratteristiche e le sfide, che attraversano la vita umana in quanto tale; quella Vita che, volenti o nolenti, dobbiamo assumere ed affrontare.
Abramo è paradigmatico, perché pur vivendo una vita ricca e sicura secondo i parametri del tempo, provocato, interpellato dalla realtà, dalla vita appunto (ovviamente non gli è apparso nessun dio simil babbo natale…), obbedendo alla voce della coscienza, lascia tutte le sue certezze e si mette in cammino, si mette in gioco, per andare incontro a nuove realtà, nuove genti, nuovi popoli, nuovi contesti, che però non conosce e di fronte ai quali non ha risposte prefabbricate; né può contare sulle consuetudini della sua vita fino a quel momento.
Abramo non è un folle irrazionale, che vuole mettere a repentaglio la sua vita e quella del suo clan. In realtà, facendo memoria di come ha risolto gli imprevisti della Vita, sa ascoltare quella Voce misteriosa, che nella sua coscienza lo chiama ad andare oltre con fiducia, perché la Vita è sempre molto più grande dei nostri vissuti.
Ebbene, queste caratteristiche, rafforzate dall’incontro con Gesù morto e risorto, le ritroviamo sostanzialmente negli scritti del nostro Beato, se li purifichiamo dal linguaggio sacrificale ottocentesco. Indubbiamente per Mazzucconi, come già fu per Abramo, il partire fisicamente e la dislocazione geografica hanno il loro peso non indifferente. Eppure, questo aspetto, come anche il sacrificio fisico comunque lo si voglia intendere, non rendono ragione del loro partire, non stanno al centro delle loro decisioni.
Invece, per entrambi, la relazione fortissima con il Signore della Vita li porta a guardare ed affrontare la Vita con fiducia, con ottimismo, confidando che il futuro è più grande e più ricco delle tradizioni e delle consuetudini, che li hanno generati e nelle quali sono cresciuti.
Questo dinamismo di Fede, che in Mazzucconi possiamo anche chiamare cristiano, in Abramo ha ancora dei tratti semplicemente umani; ma dice qual è l’atteggiamento corretto nello stare al mondo. Quell’atteggiamento che solo può vincere la paura di fronte alla Vita e farci ripiegare nella difesa accanita del “già dato”, del “già vissuto ed acquisito”, riducendo la vita ad un pugno di soldi e di piaceri, da difendere con le unghie e con i denti, esattamente come i lupi di fronte alle loro prede…
Eppure, nel caso di Mazzucconi, finora le celebrazioni hanno evidenziato ed esaltato quasi esclusivamente il suo partire, per andare geograficamente lontano, e il sacrificio, la malaria che l’ha colpito dopo i primi anni di missione. Della sua Fede, che ci potrebbe “far viaggiare” incontro alla Genti, che riempiono le nostre città, neanche il barlume di un accenno vago.
Parlando di questi temi con un confratello, allarmato mi invitava ad aprire gli occhi sull’islamizzazione in atto, bontà sua…
Meglio consegnarci alla paura, che fa affondare Pietro, che affidarci alla Parola di Gesù, che ci chiama e c’invia… sulla sua Parola…
Pe. Marco
