
Stampa (29.9.2025) da sito web www.diocesi.torino.it.
Lettera pastorale
del card. Roberto Repole,
arcivescovo di Torino e vescovo di Susa
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È la trasmissione della fede in un tempo di
secolarizzazione il tema del documento pastorale
del card. Roberto Repole, arcivescovo di
Torino e vescovo di Susa, intitolata La Parola
sul cuore. Lettera sulla trasmissione della fede
e pubblicata il 21 settembre per l’anno pastorale
2025-2026. Partendo dall’incipit della
Prima lettera di Giovanni, il card. Repole constata
– di fronte al venir meno di un cristianesimo
di popolo – la necessità di «cristiani
che annunciano con la testimonianza della
loro vita, in tutte le dimensioni della loro esistenza…
Solo dei cristiani che si lasciano continuamente
immettere nella comunione con Cristo
e con i fratelli possono risultare credibili e
possono far sì che il Vangelo sia preso in seria
considerazione da chi li incontra».
Al tempo stesso a livello comunitario «si rende
indispensabile un cambiamento di rotta» nella
mentalità e nelle strutture deputate all’annuncio,
ancora imperniate nella catechesi ai bambini
che continua ad assorbire la gran parte
delle energie, indirizzando invece l’attenzione
verso i giovani («la pastorale giovanile non può
più essere considerata come uno dei tanti ambiti
dell’agire ecclesiale»), gli adulti e le persone
di altre culture.
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Carissimi,
la Prima lettera dell’apostolo Giovanni
inizia così: «Quello che era da principio,
quello che noi abbiamo udito, quello che
abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo
e che le nostre mani toccarono del
Verbo della vita (…), noi lo annunciamo anche a
voi» (1Gv 1,1.3).
È una partenza folgorante, che induce al raccoglimento,
alla meditazione e alla contemplazione.
Quasi tutte le lettere dell’antichità – comprese
quelle che troviamo nel Nuovo Testamento – incominciavano
precisando in modo chiaro chi fossero
il mittente e il destinatario, e con l’espressione di
un indirizzo di saluto. Qui nulla di tutto questo:
ogni convenzione viene messa da parte.
Chi scrive non è un soggetto singolo, ma un
non meglio precisato «noi». Da uno studio attento
della Lettera e da una conoscenza approfondita
della Scrittura possiamo ritenere che si tratti
della comunità dei credenti radunata da Giovanni
e particolarmente legata a questo apostolo. È
dunque una comunità di cristiane e di cristiani a
scrivere.
Anche il destinatario non è una donna o un
uomo precisi e neppure una comunità definita,
come avviene nelle Lettere di Paolo indirizzate ai
Corinzi, ai Tessalonicesi o ai Romani. Questa Lettera
è indirizzata a un non meglio precisato «voi»:
accomuna tutti coloro che la leggeranno, noi compresi.
La grande notizia
L’estensore dell’epistola non si perde in convenevoli.
Tralascia le formule di saluto e va dritto
all’essenziale. Quello che vuole comunicare è per
lui così intenso e decisivo da rendere secondari tutti
i preamboli: egli sente l’urgenza di annunciare
la straordinaria esperienza vissuta da coloro che
hanno udito e visto con i loro occhi, hanno contemplato
e toccato con le loro mani il Verbo della
vita, che era fin da principio, ma si è manifestato
in Gesù.
Riferisce ciò che i testimoni hanno sperimentato
(con tutti i loro sensi: hanno visto, udito e toccato
Gesù) perché coloro che riceveranno questo
annuncio possano entrare in comunione con loro.
Il fine della testimonianza e dell’annuncio viene dichiarato
in modo chiaro ed esplicito: vi annunciamo
quello che abbiamo visto «affinché anche voi
possiate avere comunione con noi» (cf. 1Gv 1,3).
Viene trasmesso Cristo, del quale si è fatta
esperienza e di cui si è stati testimoni diretti, affinché
coloro che ascoltano questo annuncio e lo
accolgono possano prendere parte alla vita di chi
lo trasmette.
La trasmissione della fede
Il termine comunione è molto intenso. Non
indica un generico moto degli affetti: descrive la
partecipazione profonda alla vita stessa di chi ha
incontrato Cristo e ne testimonia l’esperienza fatta.
Tale comunione non si risolve al livello, per così
dire, orizzontale. Chi scrive la Lettera ha chiaro
che coloro che accoglieranno l’annuncio entreranno
in comunione con quanti l’hanno trasmesso: e
questa comunione sarà «la stessa comunione che
noi abbiamo con il Padre e con il Figlio Gesù Cristo
» (cf. 1Gv 1,3).
S’instaura un circolo profondo: chi riceve l’annuncio
partecipa della vita di coloro che lo trasmettono
e diventa con essi una «cosa sola»; nel contempo,
gli annunciatori e i destinatari dell’annuncio
prendono parte alla vita stessa, eterna, di Dio.
Quel che si realizza non è una generica e superficiale
comunanza di intenti, di conoscenze o di
affetti. È una comunione di vita tra chi annuncia e
chi riceve l’annuncio, radicata nella partecipazione
alla vita stessa di Dio, che ci è definitivamente
accessibile in Cristo.
Tutto questo produce una gioia piena. «Queste
cose noi le scriviamo – afferma la Lettera – affinché
la nostra gioia sia piena» (1Gv 1,4). È la gioia
di chi trasmette il Vangelo; è la gioia di chi ne riceve
l’annuncio e l’accoglie; è la gioia di Dio stesso.
Il motivo profondo di questa gioia è proprio il fatto
di partecipare alla vita stessa di Dio. Noi siamo
fatti per questo e non realizzarlo ci impedisce di
vivere in pienezza.
Questione attualissima
Cari fratelli e sorelle, vi invito a soffermarvi
sull’esordio della Lettera di Giovanni, perché in
essa viene descritto in modo autorevole e profondo
il dinamismo della trasmissione della fede,
snodo che oggi non appare immediato né semplice.
È vero che quanto è descritto dall’epistola fa riferimento
a una stagione unica, quella degli apostoli,
i testimoni diretti di Gesù. Ma tale dinamica
vale in qualche modo sempre, anche oggi nelle
nostre Chiese di Torino e di Susa, dove tutti percepiamo
ormai con chiarezza che la trasmissione
della fede non è più un fatto scontato.
Per molto tempo nel passato la società e la cultura
sono state impregnate di valori cristiani e tanti
soggetti, anche civili, contribuivano a trasmettere
la fede da una generazione all’altra: oggi non è più
così.
Il cambiamento produce in alcune persone un
senso di frustrazione, dovuto alla percezione che
molte delle attività delle comunità cristiane, che
per secoli furono adatte a trasmettere la fede, risultano
oggi inadeguate. Ciò può suscitare sfiducia e
stanchezza. Qualcuno comincia addirittura a temere
che il Vangelo abbia perso la sua carica di vitalità.
Qualcun altro si pone, in modo più o meno
consapevole, la domanda che alcuni decenni fa
venne formulata da un teologo canadese: «Saremo
noi, forse, gli ultimi cristiani?».
Non ci è dato di comprendere pienamente
come il Vangelo possa continuare a raggiungere
qui e ora il cuore delle donne e degli uomini che
incontriamo. È una dinamica legata alla libertà e
alla trascendenza di Dio, come pure alla libertà
delle persone, con la loro apertura o chiusura del
cuore. Nel testo originale del libro del Deuteronomio,
Dio parla così: «Questi precetti che oggi
ti do, ti staranno sul cuore» (cf. Dt 6,6). L’autore
di un commento rabbinico si è domandato perché
qui si dica sul cuore e non dentro il cuore. La
risposta è convincente e vale oggi più che mai: la
Parola viene deposta sul cuore, perché nessuno
può violare il santuario di un uomo. Se però questi
apre il proprio cuore, la Parola può penetrarvi.
Questi nostri tempi nuovi
Fatta salva l’onnipotenza di Dio e la libertà della
persona, spetta a noi aprire gli occhi e compiere
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Chiesa in Italia
alcune scelte per favorire oggi, nelle nostre Chiese,
la trasmissione della fede. Fondamentalmente:
dobbiamo prendere coscienza del fatto che solo un
annuncio del Vangelo che provenga da comunità
di testimoni autentici è in grado di intrecciare la
vita delle donne e degli uomini di questo nostro
tempo.
La dinamica descritta dalla Prima lettera di
Giovanni ci è utile a sgomberare il campo da un’illusione:
che la trasmissione della fede si riduca a
una consegna di pratiche, riti, buone abitudini e
prassi, e che ciò basti, anche quando non s’innesta
in un coinvolgimento profondo e radicale dell’esistenza
nella vita stessa di Cristo.
Forse un certo formalismo poteva essere sufficiente
quando «tutta» la società viveva di atteggiamenti
e di valori condivisi, ispirati dal Vangelo.
Oggi non è più così. Per questo, quando operiamo
secondo la logica del «si è sempre fatto così», ci
alleggeriamo la coscienza, ma non prendiamo seriamente
in mano la questione della trasmissione
della fede.
Il rischio di appiattirci
Nella grande città di Torino, ma anche nella
prima cintura così come (seppure in modi diversi)
nei centri della campagna o nelle valli montane,
viviamo in un contesto pluralista, anche dal punto
di vista religioso. La fede di chi si professa cristiano
è continuamente messa alla prova dalla convivenza
con chi non è credente, con chi è ostile, con
chi è indifferente, con chi, pur essendo battezzato,
ha preso le distanze dalla Chiesa.
I luoghi in cui studiamo, lavoriamo, trascorriamo
il tempo libero non sono, normalmente,
spazi nei quali si percepisce la possibilità di essere
confermati nella nostra fede e in un’esistenza
ispirata al Vangelo. Al contrario, spesso ci possiamo
sentire trascinati ad assumere le logiche di
questo mondo: nel leggere le vicende della storia,
nel modo di pensare al lavoro, al profitto, al senso
dell’economia, nel modo d’interagire con chi
è costretto a emigrare, con chi è solo, anziano o
povero, nella considerazione del rispetto da dare
a ogni vita umana. Questa fatica diventa ancora
più forte fra le giovani generazioni, anche fra i ragazzi
e le ragazze che frequentano abitualmente
gli oratori, i gruppi parrocchiali, le associazioni e
i movimenti.
È in questo contesto che siamo chiamati a vivere
da cristiani e a trasmettere la fede.
Semplicemente cristiani
Mi sto limitando a evocare solo qualche aspetto
del contesto in cui oggi siamo chiamati a vivere da
cristiani e a trasmettere la fede. Lo scopo è quello
di indurci a prestare maggiore attenzione a quel
che normalmente viviamo, perché vi possiamo riflettere
più a fondo, come singoli e come comunità.
Dobbiamo essere consapevoli che in un ambiente
di questo tipo un formalismo della fede ha
scarse possibilità di far sì che il Vangelo raggiunga
le persone. Oggi più che mai c’è bisogno di cristiani
che annunciano con la testimonianza della loro
vita, in tutte le dimensioni della loro esistenza.
Non si tratta di essere cristiani perfetti. Siamo e
restiamo peccatori amati da Dio. Oggi, come sempre,
la Chiesa è e deve restare la casa di chi si sente
peccatore e avverte il bisogno di essere raggiunto
dalla misericordia di Dio!
Parliamo di cristiani che si sentono autenticamente
in cammino nel sentiero tracciato da Cristo,
che hanno un rapporto continuo e reale con lui,
che coltivano una vita di preghiera, che cercano
di annunciare agli altri quel Vangelo che per loro
stessi è vitale, che comunicano ciò che li fa vivere e
li rende realmente gioiosi… Solo dei cristiani che
si lasciano continuamente immettere nella comunione
con Cristo e con i fratelli possono risultare
credibili e possono far sì che il Vangelo sia preso in
seria considerazione da chi li incontra.
Lo stesso va detto a proposito delle comunità
cristiane. Parrocchie, gruppi, associazioni e movimenti
che non siano realmente e vitalmente concentrati
in Cristo, in cui la fede non sia l’anima
profonda della vita comunitaria, non potranno
risultare missionarie. Se non ci sono comunità
credibili verso le quali orientare chi volesse conoscere
e sperimentare in che cosa consista la vita
cristiana, è praticamente impossibile che qualcuno
possa avvicinarsi per fare l’esperienza di una vita
trasformata dal Vangelo di Cristo. Non c’è «Chiesa
in uscita» se non a partire da una Chiesa viva e
accogliente.
Ma io sono un testimone?
Una lettura non superficiale della nostra situazione
ci invita a prendere in considerazione due
altri aspetti.
Il primo è dato dalla necessità che ogni autentico
cristiano – non importa se prete, religiosa o
religioso, laica o laico – avverta l’urgenza di essere
un testimone autorevole e credibile, laddove egli
vive. Abbiamo coltivato a lungo l’illusione che l’evangelizzazione
fosse un compito riservato ad alcuni.
Oggi appare in modo nitido quel che è stato
vero sempre: ogni cristiano è tale solo se si sente
ingaggiato nella trasmissione del Vangelo.
Per ciascuno s’impone dunque una domanda
decisiva: sono un testimone autentico? C’è qualcosa
del Vangelo che mi fa vivere, che rende la mia
esistenza ricca e la mia gioia piena, e che desidero
con tutto me stesso trasmettere a qualcun altro?
La mia vita, le decisioni che assumo, il mio modo
di reagire agli eventi e alle situazioni, i criteri con
cui compio le mie scelte… testimoniano che non
c’è nulla al mondo che m’interessa di più del Vangelo
di Gesù Cristo?
Io curo la mia formazione?
Il secondo aspetto è dato dalla necessità, anche
per chi si professa cristiano, di continuare a
lasciarsi formare, ovvero a lasciare che sia Cristo
a dargli forma. Se viviamo in un contesto nel quale
la fede cristiana e la sua trasmissione non sono
più un fatto scontato, ciò significa che anche chi si
dice credente non può illudersi di essere «formato
» una volta per tutte: è in cammino, ha bisogno
di rinnovare ogni giorno la sua fede, ha necessità
di metterla a contatto con le tante sfide della vita
e della cultura, deve darsi degli strumenti perché
essa possa maturare.
Mi fa pensare molto e m’intristisce constatare
che in molte nostre comunità tanti adulti, dopo
aver compiuto tutto l’itinerario di crescita nel catechismo
e nei gruppi giovanili, si allontanano silenziosamente
e lentamente dalla vita cristiana e
comunitaria. I motivi possono essere molti. Sono
però convinto che uno dei principali sia questo:
se la fede non viene costantemente alimentata e
nutrita, non può reggere alle sfide della vita adulta
nel tempo presente.
Anche per questa ragione ho iniziato lo scorso
anno una catechesi per cristiani adulti, che riproporrò
quest’anno. Il mio desiderio è che gli incontri
al Santo Volto rappresentino un volano perché
alcuni elementi della nostra fede possano essere
approfonditi nel contesto feriale delle nostre comunità.
Ho fiducia che essi potranno contribuire
a rinnovare anche la nostra trasmissione della fede
a chi non è cristiano, a chi è in ricerca, a chi vorrebbe
riprendere un cammino, a chi ha sete della
Parola di vita.
Nutro fiducia nei mutamenti che potranno provenire
dall’inserimento nei contesti delle nostre
comunità di nuovi ministri istituiti. A tal riguardo,
l’esperienza formativa di Percorsi continuerà e si
consoliderà. Per chi frequenterà il secondo anno,
si renderà più stretto e più concreto l’intreccio tra
la formazione e la realtà di provenienza di ciascuno
dei partecipanti. L’obiettivo è arrivare a sperimentare
poco per volta il loro futuro servizio, in
collaborazione con i parroci, i moderatori delle
unità pastorali, i consigli pastorali e/o altre entità
significative del territorio di provenienza, come ad
esempio gruppi di servizio già impegnati nell’ambito
interessato.
Strumento per tale integrazione sarà la proposta
di un tirocinio di pratica pastorale guidata,
accompagnata e rielaborata dai formatori. Sarà
una sorta di sperimentazione del servizio ministeriale
sviluppata in dialogo con la propria realtà di
provenienza e con l’équipe di Percorsi. Per la sua
riuscita sarà ovviamente preziosa ed essenziale la
collaborazione dei parroci e dei moderatori.
I giovani soprattutto
Se riflettiamo sulla trasmissione della fede è decisivo
soprattutto lo sguardo sui giovani. È con loro
che percepiamo in modo più nitido e doloroso la fatica
di tale trasmissione. Ci sono ancora esperienze
ecclesiali in cui i giovani sono presenti e vitali. Non
mancano i ragazzi e le ragazze che, con generosità,
spendono tempo ed energie nell’animazione dei
gruppi, nei centri estivi e nei campi di formazione.
Non possiamo tuttavia ignorare che, soprattutto
nella cosiddetta «pastorale giovanile», si avverte
un mutamento radicale rispetto a tempi nei quali la
trasmissione della fede poteva apparire «normale»
e «scontata». Per la verità, i più attenti percepivano
dei cambiamenti profondi già alcuni decenni or
sono. Non c’è dubbio che in questi ultimi anni il
fenomeno si è accelerato e si è reso palese per tutti.
La percezione di una mancanza dei giovani
nelle nostre comunità va collocata dentro un orizzonte
sociale più ampio, in cui pesa la sempre più
accentuata denatalità. Impressiona il fatto che nella
sola città di Torino il numero di coloro che hanno
meno di 18 anni è quasi uguale a quello di chi
ne ha più di ottanta.
La fatica che sperimentiamo nel raggiungere i
più giovani non significa, tuttavia, che sia un’impresa
impossibile. Al contrario, la cultura nichilista
nella quale siamo immersi rende molti di loro
assetati di parole ed esperienze autentiche, portatrici
di vita e di senso. Da questo punto di vista,
stiamo vivendo una stagione avvincente per l’annuncio
evangelico. È drammaticamente evidente
che quasi non esistono altre prospettive capaci di
offrire un orizzonte alla vita dei più giovani.
Quando essi incontrano il Vangelo, percepiscono
che può toccare la loro esistenza, sanare le loro ferite,
offrire qualcosa per cui merita spendere la vita e
in cui trovare la gioia vera. L’esperienza della catechesi
loro dedicata come quella del recente Giubileo
dei giovani a Roma ce lo fanno riconoscere.
Tali considerazioni ci spronano a una chiara presa
di coscienza e a una determinazione convinta.
Giovani fulcro della pastorale
Dobbiamo essere consapevoli che, soprattutto
con i giovani, non funziona il formalismo della
fede. Essi si mettono in ascolto solo di persone autentiche,
davvero coinvolte in un cammino di fede
personale e profondo. Come adulti, e soprattutto
come comunità, abbiamo in tal senso una grande
responsabilità.
Dobbiamo poi convincerci che la pastorale giovanile
non può più essere considerata come uno
dei tanti ambiti dell’agire ecclesiale. Essa deve diventare
lo spettro attraverso cui vedere ogni ambito
della pastorale. Il futuro di ogni settore della vita
ecclesiale è legato a doppio filo al presente della
trasmissione della fede ai più giovani. Invito perciò
tutti a considerare ciò con sempre maggiore decisione
e a fare le scelte appropriate, perché questa
priorità si realizzi a tutti i livelli della vita delle nostre
Chiese, orientando e canalizzando le risorse
disponibili, in termini di persone e di risorse.
Per favorire ciò, in questo anno si consoliderà
l’inserimento della pastorale universitaria all’interno
del Coordinamento della pastorale giovanile.
L’attività formativa di quest’ultimo si affinerà: si
attiveranno percorsi per animatori delle scuole medie
in coordinamento con la pastorale catechistica,
itinerari per animatori degli oratori estivi in collaborazione
con la Noi Torino, cammini per giovani
innamorati in sinergia con la pastorale familiare.
Verrà poi coltivata un’attenzione specifica alla
dimensione vocazionale della vita, con proposte
mirate: esercizi spirituali nei tempi forti, settimane
comunitarie, esercizi spirituali nella vita ordinaria,
il campo estivo «Chiamati per nome» e una scuola
di preghiera in collaborazione con la famiglia salesiana.
Tutto ciò sarà strutturato in collegamento
con gli ambienti di vita dei giovani, quali la scuola,
l’università, il mondo del lavoro, gli oratori. Si
lavorerà cercando di creare e strutturare una rete
con responsabili della pastorale giovanile sul territorio
e di coordinare sempre meglio la ricchezza
di iniziative rivolte ai giovani presenti nelle nostre
chiese.
I destinatari dell’annuncio
Il desiderio di continuare a trasmettere la fede
che abbiamo ricevuto e della quale viviamo ci
deve far riflettere con coraggio anche sulle nostre
strutture ecclesiali. Con tale espressione non mi
riferisco soltanto agli immobili di cui disponiamo
e all’organizzazione amministrativa. Penso
soprattutto alle strutture pastorali. Tante nostre
fatiche derivano dall’essere strutturati nell’implicito
di dover raggiungere anzitutto dei bambini,
che vorremmo ancora formati alla fede nelle famiglie
e con il concorso di altre istituzioni sociali.
Ciò si scontra però con la realtà. Non solo, ma
dal momento che gran parte delle nostre energie
è concentrata lì, disponiamo di poche risorse per
incontrare adulti e giovani. Si rende indispensabile
un cambiamento di rotta.
Le nostre città e i nostri paesi sono ormai, nella
maggioranza dei casi, luoghi di convivenza di persone
di diverse culture, alcune delle quali non conoscono
il cristianesimo e potrebbero essere interessate
a incontrarlo. Svolgiamo tante apprezzabili
attività di sostegno a donne e uomini provenienti
da paesi lontani. Dobbiamo anche a loro la carità
di un annuncio di Cristo, autorevole e appassionato.
Siamo chiamati a rendere sempre più evidente
che il nostro accogliere ha la sua radice nel sentirci
accolti da Cristo e dallo sguardo sui fratelli che
proviene dalla fede in lui.
Il segnale dei catecumeni
Ci sono poi sempre più adulti che vanno alla
ricerca di senso, di ascolto e di cammini spirituali.
Possiamo domandarci come incontrare queste persone,
come comunità e come singoli: il risveglio del
catecumenato degli adulti che sta avvenendo nella
vicina Francia può essere di stimolo anche per le nostre
Chiese. A questo proposito, valorizzando la ricca
storia del nostro Servizio per il catecumenato, nel
presente anno pastorale si strutturerà il Servizio diocesano
per l’iniziazione alla vita cristiana degli adulti.
Per favorire una lettura attenta dei mutamenti
in atto e una risposta pastorale sempre più efficace,
l’équipe diocesana verrà allargata, con l’inserimento
di persone che offrano competenze multidisciplinari,
oggi sempre più indispensabili. Tale servizio
promuoverà il sostegno alle comunità parrocchiali e
interparrocchiali, perché siano esse a percepirsi sempre
di più come il contesto normale dell’iniziazione
cristiana degli adulti. A tal fine il Servizio interagirà
con le unità pastorali per preparare cammini di iniziazione
e un’offerta formativa per gli accompagnatori
degli adulti.
La capacità di cambiare
S’impone oggi una riflessione sulle nostre strutture
anche nel senso di cogliere sempre più lucidamente
che esse sono al servizio dell’annuncio del Vangelo
e non all’inverso. Talvolta siamo così preoccupati per
la sussistenza delle nostre comunità parrocchiali o dei
nostri gruppi, che accostiamo le persone con lo scopo
di mantenerli in vita. Questo approccio strumentale
e interessato non può comunicare il Vangelo, perché
ne è una smentita in atto. Le persone non possono
cogliere la gratuità dell’amore di Dio che si è comunicato
in Cristo e ci raggiunge nella forza dello
Spirito, quando hanno il sentore di essere accostate
con secondi fini. Anche per questo siamo chiamati
a ristrutturare le parrocchie che abbiamo ereditato,
perché restino comunità vive, preoccupate non di auto-
preservarsi ma di vivere con gioia di Cristo e di accogliere
con libertà qualunque persona vi si accosti.
Dobbiamo avere noi stessi più fiducia nel Vangelo:
al punto da essere liberi di domandarci quali
delle nostre strutture sono utili alla sua trasmissione
e quali hanno fatto il loro tempo, possono trasformarsi
e, in qualche caso, persino cessare di esistere.
Maria, che invochiamo con i titoli di Vergine
Consolata e di Madonna del Rocciamelone, ci
conceda di sperimentare la gioia di trasmettere il
Vangelo, di ammirare i prodigi compiuti in quanti
lo accolgono e vedono la loro vita trasfigurata e di
sentirci immersi, insieme, nella comunione di Dio.
Di cuore vi benedico.
? Roberto Repole
