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Perché la vittima può diventare carnefice?

Posted on 31 Gennaio 202622 Febbraio 2026 By admin Nessun commento su Perché la vittima può diventare carnefice?

Questa riflessione è nata originariamente, quando ho visto un interessante servizio sulle origini calabresi di Greg Bovino, lo spregiudicato comandante dell’ICE, già sacrificato dal sovrano, dopo le tragedie di Minneapolis. Durante l’intervista il sindaco di Aprigliano, da dove partì la famiglia nel 1909, si chiedeva da che parte sarebbe stato il nonno nel corso delle manifestazioni.

Eh sì, che tragica coincidenza: i figli delle vittime sono già diventati carnefici.

Peccato che questa non sia una rara eccezione. Mi ricordo che quando ero in Brasile, la mia attenzione era spesso richiamata dal cognome dei fazendeiros coinvolti nei conflitti per la terra; molti erano di origine italiana, compreso Pedro Ignacio Zamignan dalle dichiarate origini vicentine, che mi portò a processo, per aver divulgato la morte per avvelenamento di Adoan, un adolescente che lavorava illegalmente in una delle sue proprietà.

E così mi capitava d’immaginare il percorso che aveva portato a tale degenerazione. Come per tutti i fenomeni umani, anche questo è complesso e vede l’interazione di diversi fattori. Ci sono componenti personali: non tutti i nostri migranti sono diventati come Bovino, o Zamignan, anzi! Perché, allora, questa considerazione vale per i nostri migranti e non per quelli che vengono da noi?

Di certo per tutti, la sete di denaro e di potere può trasformare qualsiasi povero oppresso nell’ennesimo criminale oppressore.

Mentre cercavo di mettere a fuoco queste considerazioni piuttosto scontate e banali, ecco apparire la notizia della richiesta di condanna per la direttrice e il medico del CPR di Torino ai tempi del suicidio di Moussa Balde. I dati essenziali della tragedia li trovate nei due link di seguito riportati:

https://lavialibera.it/it-schede-2162-cpr_morti_moussa_balde_ousmane_sylla_processo

https://ristretti.org/torino-suicidio-di-moussa-al-cpr-le-accuse-dellex-direttrice-la-garante-non-si-presento

Per ragioni di par condicio possiamo trovare qualche analogia tra questa tragedia e l’esecuzione dei nostri Sacco e Vanzetti, emigrati ai tempi di nonno Bovino…

Tralasciando inutili e stolte considerazioni sulle differenze tra i due casi, vorrei invece sottolineare il carattere emblematico di queste due tragedie. Infatti, in entrambi i casi la pregiudiziale razziale ha prodotto una violenza istituzionale, segno ed espressione di una discriminazione razziale strisciante e diffusa. Ma come ben sappiamo, la violenza genera violenza…

Vivendo in mezzo ai migranti, mi capita spesso di percepire nelle persone meglio attrezzate una sofferenza ed una rabbia sopite, causate delle ingiustizie subite quotidianamente. Sì, perché i più deboli, o sono già in carcere per atti di microcriminalità, oppure sono entrati nel tunnel dell’autolesionismo. Ma cosa accadrà, quando i sopravvissuti a tanta violenza, secondo la più spietata legge delle foresta, si trasformeranno in altrettanti Bovino, Zamignan, Netanyahu, o chi per essi?

Eppure, quando il cuore è libero dai pregiudizi dalla narrazione dominante, può accogliere l’altro, può accogliere il migrante, pur nella reciproca diversità.

Da alcune settimana mi ritorna alla mente il racconto di due donne: una italiana e l’altra migrante. Circa una trentina d’anni fa si sono ritrovate a vivere, l’una accanto all’altro, in un quartiere della periferia lecchese. Dopo essersi incontrate e conosciute, quando la migrante ha dovuto iniziare a lavorare, le due donne s’incrociavano ad una fermata dei pullman per la consegna dei bambini, perché l’italiana li accudiva mentre la migrante lavorava. Quando le due donne mi hanno raccontato questa vicenda, non ho potuto non commuovermi profondamente, pensando quanto sia semplice fare il Bene.

Come ci ha rivelato magistralmente Gesù nella parabola del Buon Samaritano, il problema non è chi è il mio prossimo, bensì chi io accetto e riconosco come mio prossimo, ovvero come mio fratello/sorella. Se non abbatto questi muri e questi recinti interiori, non potrò mai toccare la “carne” dell’altro/a; non potrò mai condividere la vita con lui/lei.

Pe. Marco

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