" La verità vi farà liberi" Gv 8,32

Per una fede testimoniale

Per una fede testimoniale

A margine di Is 65,13-19; Ef 5,6-14; Lc 9,7-11

testimonianzafedeLe letture di questa domenica risentono pesantemente della recente (contro)riforma liturgica, che ha segnato recentemente la vita della Chiesa ambrosiana. Ovviamente non mi dilungherò su questo aspetto, bensì su questo dato, lapalissiano, ma al tempo stesso provocante. Il tradizionale tempo ordinario, o “per annum”, della liturgia ambrosiana, è segnato inequivocabilmente dalla figura di San Giovanni Battista e, specificamente, dal suo martirio, non dalla sua nascita, come avviene nelle tradizioni lusitane. Infatti il tempo ordinario ambrosiano è diviso in due parti in riferimento a questa memoria. Perché dunque tanta importanza per questa figura e per la sua fine tragica?
Certamente non ho gli strumenti storici per una ricostruzione congrua di questa scelta, ma mi piace immaginare, che, alla radice di questa tradizione, vi fosse una sottolineatura dell’importanza del martirio per la fede cristiana. Purtroppo quando si parla di martirio, anche tra di noi cristiani, si enfatizza la dimensione cruenta e sacrificale, al punto che non pochi teologi o “maestri spirituali” tendono a rilegarlo dentro la sfera sacrificale del sacro, cara all’Antico Testamento e, più ancora, a tutte le religioni pagane. Il che, ovviamente, non può che produrre il suo inesorabile abbandono. Certamente l’incontro tra le spiritualità e le psicologie “new age” e l’inflazione del termine misericordia, fa sì che questa tematica sia decisamente scomoda e fuori moda. Eppure come potremmo ancora dirci cristiani eludendo questo tema? Come potremmo ancora dirci cristiani, se la nostra spiritualità non avesse più come riferimento fondamentale il martirio? Anzi, non sarà proprio l’abbandono di questo valore uno dei motivi principali della debolezza del cristianesimo, soprattutto occidentale? Ma chi è realmente il martire cristiano?
Come dice bene l’origine greca della parola, il martire è un testimone, nel caso un testimone di Gesù di Nazareth e della sua nuova prassi di vita. È qualcuno che ha preso talmente sul serio il Vangelo, che non ha altra ragione di vita; così che la sequela di Gesù, il vivere ciò che Lui ha vissuto, è il suo pensiero dominante. Per questo motivo incontra e vive le stesse resistenze e le stesse persecuzioni di Gesù; “se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi…”, mi pare avesse detto una volta.
Usando parole non mie, dovremmo dire che il martire rappresenta “il caso serio della fede”; esattamente perché, in realtà ed al contrario del “common sense” cattolico, il martirio, indipendentemente dalle sue specificazioni storiche e contingenti, rappresenta il cammino normale del credente. Ovvero, il vero credente, nella misura in cui prende sul serio la sequela di Gesù, non può non esperimentare la persecuzione. Su queste premesse, se vogliamo portare questa questione alle sue estreme conseguenze, in una Chiesa di veri credenti non dovremmo aver bisogno di parlare, spiegare, motivare il martirio, perché per i credenti autentici il martirio è cosa ovvia e inerente al loro credere. Forse il vero problema su cui dovremmo confrontarci è, se è possibile una fede cristiana senza martirio, ovvero senza testimonianza della stessa. Vista da questa angolatura, forse, ci appare in una luce nuova anche la preoccupazione fondamentale, che anima il pontificato di Papa Francesco: far sì che tutti i battezzati si sentano responsabili di testimoniare la propria fede.
Al di sotto di questo “minimo ecclesiale” mi pare che dovremmo dire che siamo ancora nei “preambula fidei”, nelle premesse, nel cammino di avvicinamento ad una vita di fede cristiana.

d. Marco

2 commenti

  1. Pietro ernesto Malgarini Pietro ernesto Malgarini
    3 settembre 2017    

    Carissimo Don Marco,
    grazie per la tua riflessione.
    Sottolineerei, il mio disaccordo quando parli di “contro riforma liturgica della Chiesa Ambrosiana” a mio parere, è un dire troppo polemico e poco spiegato. Per quanto riguarda il tema del martirio mi pare che gran parte dei cristiani dei nostri giorni sappiano bene di cosa si parla e se alcuni abbandonano non è perchè non ne abbiano capito il vero senso del martirio ma perchè questo vero senso che tu ci hai spiegato comporta l’accettazione del Sacrificio della Croce, Il martirio si presenta non è mai cercato e c’è chi lo subisce ne nel pieno significato della parola Martirio, e chi lo vive quotidianamente accettando la vita cristiana che è Croce e Resurrezione. Questo a Parole ma i fatti a chi subisce il martirio danno un nome frutto della tradizione cristiana: “E’ un povero Cristo”, parole semplici ma frutto di una profonda fede vissuta, L’esperienza e frutto di una profonda fede che riflette sulla parola di Dio.
    Un fraterno abbraccio.
    Ernesto

    • don Marco don Marco
      3 settembre 2017    

      Carissimo Ernesto,
      riconosco il merito della tua osservazione, per il fatto che la mia collocazione non è assolutamente surrogata da una adeguata argomentazione. D’altro canto, sia il contesto di queste riflessioni, sia la mia incompetenza in materia, mi impediscono di produrre una critica adeguata e pertinente.
      Detto ciò, approfittando del tuo richiamo, mi permetto semplicemente di rilanciare la questione dicendo che una riforma, fondamentale e urgente, come è quella liturgica, innanzitutto non ha senso limitarla al solo livello del Lezionario. Necessariamente la Liturgia è un congiunto ben più complesso, che comprende la struttura della propria Celebrazione Eucaristica, le orazioni, la Liturgia della Ore e vari Rituali per i Sacramenti, non ultimo il RICA per il Catecumenato. Orbene tutto ciò è un corpo, che, alla luce della nostra fede, pretende far sì che il Memoriale Pasquale venga ritrascritto per gli uomini e le donne delle differenti epoche storiche e possa interagire con la vita reale delle donne e degli uomini di oggi.
      E qui sta il punto dolente a mio avviso. Qual è il criterio ispiratore di questa, che tu mi pare voglia ancora chiamare riforma? Con quale logica e con quali criteri si è voluto tradurre il Memoriale Pasquale per le persone che vivono oggi nella Diocesi di Milano? Con quale antropologia pretende confrontarsi la nostra Chiesa? Per quel che ne so io, tutte queste domande sono state espressamente eluse, probabilmente considerandole non pertinenti visto il curriculum del Presidente della Commissione, che ha presieduto alla riformulazione del Lezionario.
      Per quel poco che avevo letto su questa materia (ricordo un lucidissimo articolo del defunto Card. Biffi, non certamente sospetto di progressismo), dicevo per quel poco che ho letto, mi pare che il principale criterio ispiratore di questa riformulazione, sia stato la reificazione di alcune tradizioni del primo millennio, tra cui la più significativa pare sia quella del recupero della figura del Battista, cui accenno nella riflessione. Orbene, senza nulla togliere al valore del passato e della tradizione, tu sai benissimo che tutti questi processi di reificazione sono sempre destinati a fallire, semplicemente perché la storia non può ripetersi. Riprodurre, sic et simpliciter, un evento del passato è pia illusione e frutto delle solite paure conservatrici. Prova ne è il fatto che, anch’io nella mia riflessione, a riguardo del Battista, ho espresso più un sogno che un ‘interpretazione chiara e assodata. Esattamente perché a nessuno è stato detto e nessuno lo sa del perché di questa centralità. Infatti mi piacerebbe, a questo punto, fare un sondaggio per vedere quanti preti hanno accennato al tema del martirio nelle prediche tra ieri ed oggi.
      Quindi, mi va benissimo recuperare intuizioni e valori del passato lasciati cadere, ma questi vanno tradotti e posti in dialogo con questa umanità post-moderna e, a questo riguardo, mi spiace dirlo, a mio avviso siamo all’età della pietra. A questo punto il discorso sarebbe molto lungo e fuori luogo in questo momento. In una battuta, vorrei tanto che qualcuno mi spiegasse perché, quando si parla di Liturgia, bisogna sempre fare delle grandi battaglie per negoziare piccoli e irrilevanti cambiamenti legati ai gesti ed ai riti, quando ciò che non può essere cambiato è il Mistero Pasquale in essi celebrato. Fatto salvo ciò, i gesti, i simboli, i riti, non solo possono, bensì devono cambiare, per essere intellegibili per l’uomo d’oggi. Pena l’irrilevanza, per quest’uomo, del Mistero sotteso e celebrato.
      Grazie per la provocazione…
      d. Marco

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