
Carissimi tutti,
vi confesso che sono qui a pochi giorni dalla festa per il 35° Anniversario della mia Ordinazione, ma non ho la minima idea di come esprimere a parole questo momento. Forse è proprio per qualche inconscio meccanismo di rimozione, che la mia coscienza cercava di non pensarci. Però, essendo ormai agli sgoccioli, ho dovuto fare mente locale e prendere in mano la situazione; ben sapendo, che in un modo o nell’altro dovrò rispondere ai vostri auguri ed alle vostre sollecitazioni.
Persistendo lo smarrimento, ho cercato di capire, ho cercato di ricordare, come ho vissuto gli altri anniversari… In effetti, pur con i travagli della vita, grazie all’impetuosità di mia mamma, sono sempre stati momenti significativi, perlomeno fino al 25°. Ma nel 2016 ero ancora in Brasile…
Il 30°, grazie soprattutto a don Andra Molteni ed alla Comunità Pastorale di Dervio e Valvarrone, è stato un momento semplice di fraternità, pur nella situazione di esilio nella quale ancora mi trovavo. Però, i colloqui in corso in vista di un impegno strutturato nella Pastorale dei Migranti lasciavano trasparire un futuro, che ancora poteva dar senso al mio ministero.
Ed eccomi qui in un battibaleno a vivere questo 35° con cinque anni in più di vita e di ministero, ma anche con tante promesse non mantenute ed il peso insopportabile delle riserve, che accompagnano ovunque il mio lavoro.
Di certo in questi anni “non mi sono seduto per divertirmi nelle brigate di buontemponi”, come direbbe il buon Geremia. Così come non vorrei far sentire in colpa nessuno di voi, che in un modo o nell’altro, mi siete amici e cercate di accompagnare il mio cammino.
D’altro canto, come ho già detto ai più e in diversi modi, l’assenza di una Comunità Eucaristica, con la quale costruire questa Chiesa dalle Genti, è per me motivo di grande sofferenza e profondo disorientamento. Al tempo stesso mi trovo costretto a vivere dentro una Comunità Pastorale, che mi ha accolto pazientemente, ma che non capisce il senso della mia presenza, tanto quanto non la capisco anch’io.
E così, pur consapevole della distanza che mi separa da questo grande testimone del Vangelo, Dietrich Bonhoeffer, vorrei lasciarvi questo bellissimo testo come segno di questo mio anniversario. Il brano è stato scritto quando Bonhoeffer si trovava nel carcere di Tegel nell’inverno del 1944, prima di essere trasferito a Flossenburg, dove verrà impiccato dai nazisti.
Grazie a tutti ed un fraterno abbraccio a ciascuno di voi.
Pe. Marco
Chi sono io?
Chi sono io? Spesso mi dicono
che esco dalla mia cella
disteso, lieto e risoluto
come un signore dal suo castello.
Chi sono io? Spesso mi dicono
che parlo alle guardie
con libertà, affabilità e chiarezza
come spettasse a me di comandare.
Chi sono io? Anche mi dicono
che sopporto i giorni del dolore
imperturbabile, sorridente e fiero
come chi è avvezzo alla vittoria.
Sono io veramente ciò che gli altri dicono di me?
O sono soltanto quale io mi conosco?
Inquieto, pieno di nostalgia, malato come uccello in gabbia,
bramoso di aria come mi strangolassero alla gola,
affamato di colori, di fiori, di voci d’uccelli,
assetato di parole buone, di compagnia
tremante di collera davanti all’arbitrio e all’offesa più meschina,
agitato per l’attesa di grandi cose,
preoccupato e impotente per l’amico infinitamente lontano,
stanco e vuoto nel pregare, nel pensare, nel creare,
spossato e pronto a prendere congedo da ogni cosa?
Chi sono io?
Oggi sono uno, domani un altro?
Sono tutt’e due insieme? Davanti agli uomini un simulatore
e davanti a me uno spregevole vigliacco?
Chi sono io? Questo porre domande da soli è derisione.
Chiunque io sia, tu mi conosci, o Dio, io sono tuo!
