
Questo strano titolo non deriva da qualche originale scelta letteraria, bensì riflette lo stato d’animo con il quale ho rimeditato il brano del “cieco nato” Gv 9,1-41, comprensivo degli ultimi tre versetti, scandalosamente cancellati dai liturgisti: “Gesù allora disse: “È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi”. Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: “Siamo ciechi anche noi?”. Gesù rispose loro: “Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane”.
Il titolo, però, più che da questi ultimi versetti, dipende dalla profonda sintonia tra l’intera vicenda e la nebbia esistenziale e culturale, nella quale stiamo tutti brancolando. O meglio, quasi tutti, perché come allora, anche oggi coloro che pensano di “vedere” chiaramente, sono coloro che ci stanno distruggendo a suon di bombe e demagogia.
Detto ciò, l’aspetto per me più destabilizzante è osservare come, in tempi non contaminati dai social e dalle fake news, quest’uomo e Gesù si ritrovano, l’uno di fronte all’altro, in totale solitudine, isolati ed emarginati dal contesto socio religioso che gira attorno a loro. Il motivo di tutto ciò è semplicissimo, quanto paradossale: dicono quello che vedono e vedono ciò che dicono; ovvero danno semplicemente parola a ciò che stanno vivendo ed esperimentando. Non si preoccupano di trovare giri di parole, o sollevare falsi dubbi, per timore delle ripercussioni sociali e religiose (i vicini non sanno più se è il mendicante di sempre; i farisei si nascondono dietro una delle tante leggi religiose, quella del sabato, per non fare i conti con Gesù; i genitori, addirittura, quasi non riconoscono più il loro figlio, tanto sono attraversati dalla paura; infine le autorità religiose tentano d’indurre un disturbo della personalità nel ragazzo, pur di non fare i conti con la nuova realtà creata da Gesù).
Per non rendere eccessivamente pesante questa riflessione, lascio a voi ritrovare questi atteggiamenti nei nostri vissuti quotidiani. Forse è bene resistere alla tentazione pirandelliana di rassegnarci al fatto, che dobbiamo convivere in un mondo perennemente “in maschera”; nel senso che incontriamo solo la maschera di chi ci sta accanto; mai la verità del loro cuore. Però, se non vogliamo consegnarci ad un indifferente ottimismo, dobbiamo convenire che, oggi più che mai, è molto difficile nominare la realtà, stabilire un legame, solido e condiviso, tra le parole, i linguaggi ed il dato di realtà, l’oggettività delle cose e delle situazioni.
Che fare dentro uno scenario del genere? Che cosa possiamo realmente mettere in atto per vivere in modo autentico e non lasciarci travolgere dalla disperazione?
Benché potrei illudervi con molte pie esortazioni tratte dal nostro bagaglio religioso, la mia coscienza m’impedisce di farlo, perché la Fede cristiana non può essere svenduta come oppio a buon mercato.
Anche l’affermazione astratta e dogmatica, che Gesù è la luce del mondo, rischia di cadere in questo pericolo…
L’unico spiraglio di questa vicenda lo intravvedo nella solitudine condivisa tra il ragazzo e Gesù. È nascosta nella possibilità di stare dentro la Vita, senza fare violenza alla propria coscienza e nominando i fatti e le persone per quello che sono. Gesù sta dentro la solitudine di non essere riconosciuto ed accettato nella sua realtà più profonda. Ma questa resistenza, dignitosa e coraggiosa ad un tempo, diventa lo spazio dove incontra la dignità ed il coraggio del ragazzo, rimasto in piedi nonostante le pressioni cui è sottoposto. Questo incontro di due coscienze umane piene di coraggio e di verità diventa speranza e sostegno reciproco in un mondo di pavidi accecati dalla paura.
E chissà, che altri misteriosamente, superato lo shock della paura iniziale, abbiano ritrovato il coraggio di ascoltare il loro cuore, per dare un Nome, una Parola, a quell’intera vicenda, che è tutt’uno con la vicenda della Vita.
Forse anche a noi, la penitenza più grande, che ci è chiesta in questa Quaresima, è il coraggio di nominare pubblicamente la realtà, i fatti, le tragedie, che si consumano sotto i nostri occhi; forse anche grazie a qualche nostra complicità politica e religiosa.
Pe. Marco
