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Le vie verso Dio: le preghiere e le elemosine

Posted on 2 Maggio 20262 Maggio 2026 By admin Nessun commento su Le vie verso Dio: le preghiere e le elemosine

uomini e donne di buona volontà, dentro e fuori il cristianesimo, ce ne sono veramente tanti; basta andar loro incontro nei nostri paesi e nelle nostre città…

Questa settimana vorrei soffermarmi con voi sul brano degli Atti degli Apostoli, che ci viene proposto come prima lettura della nostra Liturgia domenicale (At 10, 1-5. 24. 34-36. 44-48a). Questo brano, che d’istinto volevo definire famoso, ma che in realtà non è veramente tale, se non altro per la sostanziale ignoranza del suo contenuto di fondo.

Per condividere i presupposti, che hanno generato questa riflessione, vorrei far risuonare alcune frasi, ahimè, ancora molto, troppo, comuni tra di noi cattolici. La più gettonata è “il nostro Dio e il loro dio” regolarmente pronunciata nelle polemiche contro i mussulmani; oppure “ma loro credono in Gesù Cristo”, quando invece si ha a che fare con qualche pentecostale; come se bastasse dire magicamente le parole “Gesù Cristo” e “Figlio di Dio” e tutto è risolto. Peccato che l’ignoranza, o la pigrizia, del cattolico medio dimentichi i conflitti, finanche le guerre, che i cristiani hanno consumato tra di loro su queste poche parole…

Fermo restando la necessità delle formule e dei dogmi per chiarire i conflitti, o gli errori nell’ambito della Fede, il brano degli Atti ci dice che la vera questione, quella della Salvezza, si gioca su altri piani. Ora il cristiano, se vuole essere realmente discepolo di Gesù di Nazareth, non può prescindere dalla luce che gli data dalla Parola di Dio. Ogni altra considerazione deve essere sempre presa con riserva, se non del tutto lasciata cadere.

Ed ecco che già il secondo versetto del brano è disarmante “Era religioso e timorato di Dio con tutta la sua famiglia; faceva molte elemosine al popolo e pregava sempre Dio”. Che cosa ci dice essenzialmente questo versetto? Che si può essere timorati di Dio, senza essere necessariamente cristiani (Cornelio è addirittura un soldato di un esercito oppressore…). Ma la questione decisiva è che Luca non accenna minimamente “al suo dio”, contrapposto al Dio di Gesù Cristo. Per fortuna, dal momento che Dio è e basta, a prescindere dalle nostre rappresentazioni e da come noi ce lo immaginiamo.

Se dunque Dio è e non muta, il primo esercizio linguistico che dovrebbe fare un cristiano, è quello di usare semplicemente il termine Dio, o meglio ancora Trinità, senza alcun pronome aggiuntivo, per indicare quel Mistero insondabile e sostanzialmente al di là della nostra esperienza terrena, che ha dato origine ed è a fondamento di tutto ciò che esiste.

Che poi Lui possa decidere di rivelarsi nel mondo come e quando Egli creda, è semplicemente frutto della sua assoluta Libertà, che non dipende dalle nostre paure e dalle nostre ristrettezze mentali. In altre parole riconoscere e credere, che la Trinità si riveli nel modo più alto possibile in Gesù di Nazareth, non impedisce e non vieta, che la stessa Trinità ci parli e si riveli, seppur parzialmente, attraverso Maometto, Buddha, Zarathustra, Platone, o qualsiasi altra tradizione religiosa. Infatti, già i Padri della Chiesa, uno fra tutti San Giustino martire, parlavano di “Logoi spermatikoi” (i semi del Verbo), per dire come il Verbo, la Parola di Dio, ci parla anche attraverso semi parziali sparsi nella Creazione, soprattutto nelle riflessioni dei saggi apparsi sulla Terra. A tal proposito mi permetto di riportare qualche brevissimo stralcio de L’Apologia di San Giustino martire, scritta nella prima metà del II sec. d.C.:

“Sono cristiano, confesso di esserne orgoglioso e di lottare con ogni mezzo per essere riconosciuto come tale, non perché le dottrine di Platone siano estranee a quelle di Cristo, ma perché non sono del tutto simili, come del resto, anche quelle di altri, Stoici, poeti e scrittori. Ognuno di essi, infatti, ha potuto formulare correttamente qualche teoria, contemplando quella parte del divino Logos seminale che è innata: i medesimi, però, avendo sostenuto dottrine che si contraddicono a vicenda su questioni più importanti, dimostrano chiaramente di non possedere una scienza infallibile e una conoscenza irrefutabile. Pertanto, tutto ciò che è stato espresso correttamente da ognuno di essi, appartiene a noi cristiani: noi, infatti, adoriamo ed amiamo, dopo Dio che è ingenerato ed ineffabile, il Logos generato da Dio, poiché si è fatto uomo per noi, per salvarci dalle nostre miserie, delle quali si è fatto partecipe. Tutti gli scrittori, infatti, per mezzo del seme innato del Logos presente in essi, hanno potuto contemplare la realtà in modo impreciso. Infatti una cosa è un seme, un’imitazione, concesso agli uomini per quanto è possibile, e un’altra è il soggetto stesso dal quale, per sua grazia, hanno origine la partecipazione e l’imitazione”.

Più chiaro di così… Eppure siamo ancora qui a discutere, se concedere un oratorio per la preghiera mussulmana, o per condividere con loro un iftar. Grazie a Dio Papa Leone ha definito la moschea di Algeri “spazio che è di Dio, uno spazio divino, sacro”.

Condividere tutto ciò che si può con altre religioni, o altre filosofie, non significa annullare le differenze e fare del sincretismo. D’altro canto, questo timore e una pretesa, quanto irrealistica purezza, non può paralizzarci, impedirci d’incontrarci e condividere… tutto ciò che abbiamo in comune. Ma, appunto, per capire cosa abbiamo in comune dobbiamo incontrarci in libertà e nella verità.

Luca ci dice, che ciò che ha reso giusto il centurione Cornelio non sono state le sue professioni di fede, o chissà quali speculazioni pseudo teologiche. Semplicemente “le sue preghiere e le sue elemosine”.

Per questo motivo di uomini e donne di buona volontà, dentro e fuori il cristianesimo, ce ne sono veramente tanti; basta andar loro incontro nei nostri paesi e nelle nostre città…

                                                                                   Pe. Marco

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