Siamo una famiglia del Centroamerica. Siamo cattolici. Io mi chiamo Carlos Rodriguez e vengo dal Salvador, mia moglie Jessica è nicaraguense, i nostri cinque figli sono: Aaron, Moises, Carlitos, Jessy e il piccolo Thiago.

Siamo arrivati in Italia cinque anni fa, dopo un lungo viaggio via terra e in aereo. In Salvador abbiamo lasciato famiglia, casa, amici e un paese, che ormai era diventato ostile, insicuro e pieno di pericoli, soprattutto per me, che per 20 anni ho fatto il giornalista d’inchiesta.

In realtà il mio impegno sociopolitico è iniziato molto presto. Quando avevo tredici anni, ho cominciato a partecipare alle manifestazioni contro la dittatura dei grandi proprietari terrieri di El Salvador. Quanto più s’inaspriva la repressione, che portò tra l’altro al martirio di San Oscar Romero, Pe. Rutilio Grande, i Gesuiti della UCA e più di centomila persone tra militari e civili, ebbene, con l’aumento della repressione, aumentò anche il mio coinvolgimento nel Movimento Studentesco, fino ad appoggiare il Movimento di Liberazione “Farabundo Marti”.

Nel 1994 ci furono le prime elezioni democratiche del mio Paese, benché sotto il controllo e le minacce dei reduci della Dittatura. Io ero candidato come Consigliere comunale, ma non sono stato eletto. Ciò nonostante i gruppi paramilitari della Destra tentarono di uccidermi. Fu così, che mia mamma mi disse: “Meglio un figlio lontano, che un figlio morto”.

Allora nel 1997, con il cuore straziato, sono fuggito ed ho chiesto Asilo politico in Italia. Nonostante l’accoglienza calorosa nel vostro Paese, la nostalgia della mia terra mi assaliva continuamente.

Nel 2002, in occasione del gravissimo terremoto che ha colpito El Salvador, sono tornato per aiutare la mia famiglia e immaginando che il clima della repressione fosse un po’ diminuito. Di fatto la repressione politica era diminuita, perché i Movimenti popolari erano stati decimati. Però il prezzo della “Pax americana” fu l’invasione di El Salvador, come tutto il Centroamerica, da parte della cultura consumistica più sfrenata, pur non avendo noi le disponibilità economiche degli USA. Questa esasperata ingiustizia sociale ha favorito il diffondersi di bande criminali, las maras, che promettono un arricchimento immediato e una vita facile, attraverso il traffico della droga ed ogni tipo di malaffare.

Inizialmente mi sono impegnato nei quartieri popolari, per sostenere iniziative, che togliessero i ragazzi dalla strada e dalla criminalità. Poi come giornalista ho indagato e denunciato le organizzazioni criminali, che alimentavano questa distruzione sociale. Per questo motivo ho subito altri due attentati alla mia vita.

In questo clima molto pericoloso, sono stati mia moglie ed i miei quattro figli a dirmi: “Non vogliamo avere un padre morto”. Ricordo ancora, come fosse ieri, quella sera con tutta la famiglia riunita, quando mi son sentito dire: “Papà devi andare!”. La più piccola aveva un anno e mezzo. Terribile!

Il giorno seguente, mentre mia moglie portava i figli a scuola, ho preso l’aereo per ritornare in Italia per la seconda volta.

Dopo qualche tempo, seppur tra mille difficoltà e senza alcuna sicurezza economica, tutta la famiglia mi ha raggiunto in Italia. Non potevamo vivere lo strazio di quella separazione.

Oggi stiamo un po’ meglio grazie anche all’aiuto della Cooperativa “L’Arcobaleno”. I figli stanno crescendo, si stanno integrando, fanno nuovi amici e coltivano nuovi sogni. Io spero un giorno di tornare nel Salvador.

Ma adesso siamo qui in Italia. Abitiamo ad Oggiono e faremo ogni sforzo, per crescere al meglio i nostri cinque figli, per arrivare a fine mese, farli studiare e aiutarli a sognare.


Il colore del passaporto

Venerdì, in una notte di tregua di questo maggio tropicale, siamo andati a vedere uno spettacolo
teatrale: La storia del gabbiano e del gatto che gli ha insegnato a volare, cui mio figlio di dieci anni
e la piccola di sei partecipavano. La bambina ha trascorso tutta la settimana nervosa, preoccupandosi
della sua parte e curando ogni dettaglio; e così, ansiosa, è rimasta per tutta la strada che separa la
nostra casa dalla scuola elementare, ma la distraeva la luna che, sebbene mostrasse solo la metà, era
luminosa, risplendente… “guarda, si vede il viso e il naso”, ha insistito, indicandola con su piccolo
dito.

Guardando la luna che ci guardava, finalmente siamo arrivati alla scuola. I regi sti dello spettacolo e
gli insegnanti si erano impegnati molto per preparare un palcoscenico all’aperto come sapendo della
tregua delle piogge; la piazza, il parcheggio e i giardini erano pronti per ospitare l’intera comunità
educativa, cioè le undici classi, genitori, insegnanti e bidelli.

Ci siamo accomodati, io e mia moglie, in mezzo a un mare di persone provenienti da tutti i continenti;
oserei dire che la metà erravamo stranieri e tra gli italiani una buona parte proveniva dal sud…
nonostante il carattere divertente dell’evento e l’ambientazione colorata, ho avuto il tempo di notare,
che noi grandi, poco a poco ci siamo auto-segregati in gruppi, alcuni per la somiglianza dei vestiti,
altri per il colore della pelle, per la lingua, per il dialetto… ma gruppi che si sforzavamo di non rompere
la fragile armonia, la convivenza. I bambini, invece, rimanevano insieme, strapazzati, mescolati senza
riflettere la minima differenza tra loro.

Le quasi due ore di spettacolo si sono mescolate con delle espressioni, risate e grida di orgoglio in
varie lingue quando i bambini apparivano travestiti da gatti, altre volte da pesci, da musici, da

saltimbanchi, tutti determinati, attenti ad insegnare a volare a un gabbiano che le vicissitudini del
destino l’avevano fatto crescere lontano dal suo gregge, senza sapere che poteva… Alla fine i piccoli
hanno raggiunto il loro obiettivo: le ali del gabbiano sono diventate luminose e hanno preso il volo. I
piccoli attori hanno festeggiato facendo uscire palloncini, con luci colorate che sono andate a fare
compagnia alla luna sorridente.

Siamo tornati a casa con la bella illusione che in questo paesino lombardo stiamo costruendo l’Italia
che verrà e che l’unica differenza tra i ragazzi delle undici classi della scuola Armando Diaz, per ora,
sia solo il colore dei loro passaporti.